Un mondo fragile (La tierra y la sombra)
César Augusto Acevedo
- Colombia 2015 - 1h 37’
- opera prima -

Caméra d’Or - CANNES 68

   Una umile casa al centro di una infinita piantagione di canna da zucchero: un’isola scura immersa nel mare grigioverde di fusti che tremano al vento. La gradazione della luce e il dominio degli spazi fanno pensare a un quadro. E’ invece un’inquadratura cinematografica tra le più belle di questa stagione. Non a caso il film ha vinto la Caméra d’Or, il premio per il miglior esordio all’ultimo festival di Cannes. Un mondo fragile, titolo che allude a una felice espressione di Papa Francesco, è in realtà La tierra y la sombra opera prima del colombiano César Augusto Acevedo, trentenne con maturità di sguardo e sensibilità narrativa stupefacenti per l’età. Anche se da quel paese, come da quelli limitrofi, arriva da qualche anno un cinema autentico e consapevole, rurale (come questo di Acevedo) o metropolitano (come quello di Desde Allà che ha vinto il Leone d’oro a Venezia) al cui confronto il cinema dei giovani europei appare spesso vecchio e insipido. A quella casa in mezzo al bosco di canne un uomo fa ritorno dopo diciassette anni. Torna per accudire il figlio gravemente ammalato o meglio per assistere alla sua morte ed è accolto dalla pioggia di cenere rilasciata dai fuochi appiccati per intensificare lo sfruttamento della piantagione. Una pioggia insolita, tremenda, luttuosa, biblica come fosse un’ottava piaga. Quel pulviscolo grigio ricopre i corpi, annerisce i volti, costringe le povere stanze della casa a un buio opprimente, figlio di porte e finestre sbarrate. Nella sua tragica bellezza la caduta della cenere è il cuore del dramma e, al tempo stesso, la potente cifra stilistica che Acevedo impone al racconto. Il vecchio, fuggito alla povertà del luogo, allo sfruttamento che l’industria dello zucchero (consapevole del tramonto della cultura della canna) rende ogni giorno più incivile, trova, tornando, una moglie indurita, un figlio morente e una nuora e un nipote che non conosceva. Ricostruire i rapporti, stabilirne dei nuovi è il suo progetto nonostante l’assenza di lavoro renda quel ritorno provvisorio. Le parole sono ridotte al minimo, il ritmo è lento, le inquadrature indugiano, ma Acevedo ha la capacità di fare emergere dai gesti trattenuti e dall’assenza di parole i caratteri dei personaggi secondo lezioni cinematografiche antiche che fanno pensare a Ozu e Dreyerfilm precedente in archivio.
Mentre l’anziana moglie e la giovane nuora mendicano faticose giornate di lavoro da tagliatrici di canna e il figlio sta soccombendo alla malattia, il vecchio affascina e incanta il nipote in una trasmissione di saperi destinati a esaurirsi con il tramonto di un mondo arcaico, ancorato alla dimensione sacrale dell’esistenza. La tierra è il luogo delle radici dove memoria e identità ancora per poco risiedono e l’ombra è quella dell’unico albero alla cui frescura i rapporti si ristabiliscono e i corpi e le menti tornano a comunicare.
Dopo la morte del figlio sarà obbligo ripartire con nuora e nipote per quella città che niente offre ma che tanto sembra promettere. Alla sofferenza della terra e degli uomini che per centinaia di anni l’hanno coltivata è però impossibile sfuggire. La vecchia nonna che rimane sola nella casa circondata dal fuoco delle canne incandescenti lo sa. Ancora una volta l’ultima bandiera della dignità è sepolta nel cuore sofferente di una donna. Un piccolo capolavoro di rara intensità poetica che arriva dalla Colombia, un paese noto solo per la violenza dei narcotrafficanti, per il nome di qualche calciatore di fama e tutt'al più per uno scrittore Nobel come Garcia Marquez. Vedere
Un mondo fragile non è ovviamente un obbligo. Ma sarà un obbligo naturale per ogni spettatore consigliarlo agli altri.

Andrea Martini - quotidiano.net

   ...Opera prima di César Acevedo, Un mondo fragile è tutto in un piano sequenza, quello iniziale. Un uomo si stacca dal fondo e avanza con una valigia in mano lungo una strada sterrata, dietro di lui un enorme camion compare sollevando al suo passaggio la polvere. Raggiunto l'uomo con la valigia il mezzo produce un suono d'apocalisse avvolgendolo in una nuvola di polvere. Polvere invalidante che penetra l'esistenza e spezza il respiro degli uomini. In un minuto il regista colombiano riassume quello che Christopher Nolan film precedente in archivio ha impiegato lustri a spiegare: quella 'terra' è invivibile a lungo termine per chi avesse deciso per un avvenire a lungo termine. Eppure da qualche parte, nella Colombia arida di Acevedo, una donna prova a resistere dentro la sua fattoria e a fianco del figlio, riparato sotto un lenzuolo bianco, che rinforza poeticamente l'impressione di osservare qualcuno già morto e protegge i suoi polmoni dal mondo esteriore, che piove cenere, terra, polvere.
Ed è la polvere a comporre il film di Acevedo e a diventare componente dei suoi quadri. È dappertutto, entra da porte e finestre (senza vetri), penetra da ogni angolo di piano, vola, si deposita e si confonde al fumo dei campi, incendiati da una volontà di potare e 'recidere'. È ancora lei a spingere i protagonisti all'esilio per far meglio che sopravvivere con un lavoro che tende le braccia come rami ma non paga (letteralmente). In parallelo al nucleo familiare rurale, raccolto in una 'veglia funebre' precorsa,
Un mondo fragile svolge la ribellione e la rassegnazione dei raccoglitori di canna da zucchero a cui il giorno di paga è rimesso sempre all'indomani, come un peccato...
 

Marzia Gandolfi - mymovies.it

 


promo

Alfonso, un vecchio contadino, dopo diciassette anni, torna dalla sua famiglia per accudire il figlio Gerardo, gravemente malato. Al suo ritorno, ritrova la donna che era un tempo la sua sposa, la giovane nuora e il nipote che non ha mai conosciuto, ma il paesaggio che lo aspetta sembra uno scenario apocalittico: vaste piantagioni di canna da zucchero circondano la casa e un'incessante pioggia di cenere, provocata dai continui incendi per lo sfruttamento delle piantagioni, si abbatte su di loro. L'unica speranza è andare via, ma il forte attaccamento a quella terra rende tutto più difficile... César Acevedo indaga con occhi (im)pietosi e lucidi il presente e il recente passato del suo paese, la fase acuta di una crisi sociale esplorata da un cinema vivo e meditativo, capace di tradurre il senso di un profondo disagio collettivo in un linguaggio di straordinaria espressività. Un piccolo capolavoro di rara intensità poetica.

 
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