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Second
Life. Chi ha cercato di inquadrare la personalità cinematografica
del nuovo colossal di James Cameron (a 12 anni da
Titanic)
ha individuato l’action movie (senza dubbio, anche troppo nel
finale…), una perfetta contaminazione tra fantasy e fantascienza, un
palese pamphlet ecosolidale, un altrettanto evidente monito contro la
cecità dello strapotere militare e la devastante avidità del progresso
tecnologico; echi di tradizione cinematografica (il western in primis,
ma anche
Avatar è strutturato in tre fasi: la scoperta per Jack (e per il pubblico) della nuova realtà, la sua iniziazione fino a guadagnarsi un posto tra il popolo dei Na’vi (e l’amore di Neytiri, la figlia del capo), lo scontro ineluttabile tra l’espansionismo tecnocratico e la difesa delle proprie radici…
Sono chiari i riferimenti culturali d’apertura? Aggiungete la superba
inventiva scenografica digitale dell’ecosistema di Pandora, le
meraviglie tecnologiche della
performance capture che riconfigura gli
attori in personaggi virtuali dai lineamenti felini, nonché il fascino
figurativo della rappresentazione in 3D (mai effettisticamente
sfacciata, ma sapientemente coinvolgente nella prospettiva della
profondità di campo) e potrete cogliere come il successo stratosferico
di Avatar
(a fronte di un impegno produttivo di 400 milioni di
dollari, un incasso record mondiale al botteghino
che punta al doppio,
800 copie per l’uscita in Italia con già 9 milioni di euro nella prima
settimana) non sia frutto di una bieca operazione commerciale, ma di
una ponderata strategia di ambizione spettacolare ed empatica. |
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ezio leoni - La Difesa del Popolo - 31 gennaio 2010 |
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