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maggio-
giugno 2009

trimestrale di cinema, cultura e altro... ©

n° 26
Reg.1757 (PD 20/08/01)

pag. 2
 

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Osservando con rigorosa passione la maturata consapevolezza che da quelle parti il cinema, e dunque i cineasti, i produttori, gli sceneggiatori e via discorrendo, non siano rimasti a contemplare compiaciuti il passato fulgente, si può constatare come si stia attuando e raggiungendo un progressivo cambiamento e mescolamento dei caratteri, e delle scelte, e delle forme divenute peculiari e rappresentative, addirittura stereotipo, di un intero modo di fare cinema. È proprio grazie a festival come il FAR EAST che si possono travalicare gli stretti limiti della produzione assodata e criticamente accettata e divertirsi a immaginare di migrare per qualche momento in ambienti, luoghi, realtà immanentemente differenti e riuscire a scoprire e conoscere qualcosa che altrimenti resterebbe solamente un prodotto confinante e relegato. In questa maniera, questa 11° edizione  ha offerto la possibilità di esaminare quali nuovi stimoli fremono a Oriente e quali nuovi volti sono pronti ad affacciarsi sul panorama internazionale, dimostrando un segno di vitalità e una capacità di reinventarsi - mantenendo pur sempre un proprio tratto distintivo non indifferente - verso cui ci si dovrebbe soffermare a ragionare; anche in rapporto alle polverose abitudini di visione europee.
Mantenendo quest’ottica quindi si può comprendere con meno stupore il successo agli Oscar (miglior film straniero) di
Departures di Takita Yojiro, fatto assolutamente raro visto che dal 1947 (anno in cui gli Oscar hanno inaugurato questa categoria) è capitato solo tre volte (come premio onorario negli anni ‘50) che vincesse un film giapponese. >>
Se da una parte il cinema Giapponese risulta significativamente il più vitale sotto il punto di vista della curiosità e dell’interesse stimolati dalle nuove produzioni e dai nuovi autori, non si può fare a meno di considerare le difformità e le alterazioni, la capacità rigenerativa, all’interno del complesso geografico del cinema dell’Estremo Oriente.
Sì è imposto alle visioni il sudcoreano
My Dear Enemy di Lee Yoon-ki, tratto da un romanzo dello scrittore giapponese Taira Azuko, storia di una donna che incontra il suo ex fidanzato e gli sta alle calcagna per farsi restituire un vecchio prestito.>>
Dalla Cina e da Hong Kong arrivano invece
All About Women di Tsui Hark e Connected di Benny Chan. Il primo è la nuova voluttà creativa, ennesimo cambiamento di genere, provocazione stilistica di un autore già entrato nella storia del cinema di Hong Kong, ora in trasferta nella più vantaggiosa e proficua Pechino: “è sempre affascinante vedere un grande regista come Tsui in un’evoluzione che, dalle prime commedie di rottura delle convenzioni di genere, a Hong Kong negli anni Ottanta, passando attraverso una reinvenzione di thriller e film di fantasmi di fine anni Ottanta e inizio Novanta, arriva fino all’attuale ridefinizione della sua energia e della sua visione in un confronto intenso, demenziale e maniacale con la cultura pop cinese dell’inizio del XXI secolo”.>>
La stessa scelta di spostarsi a lavorare in Cina è avvenuta anche per altri popolari cineasti di Hong Kong quali
film precedente in archivioChen Kaige, John Woo, Stephen Chow, segno cristallino della precaria condizione dell’industria del cinema dell'ex colonia britannica, che vede come unica possibilità di sopravvivenza proprio la co-produzione con la censoria Cina. Ma il segno della crisi non sembra dimorare solo nel portafoglio, ed è possibile che la cornucopia delle idee stia esaurendo - per una serie di circostante che andrebbero vagliate con attenzione - la portata di quelle idee capaci di elevarsi a genere.
                                                                                                                                                Alessandro Tognolo

Connected
Benny Chan

(A.T.) Tale condizione può essere emblematicamente rappresentata, e per certi versi confutata, da Connected, un rifacimento - appunto - di un film di serie B hollywoodiano, Cellular (David R. Ellis, 2004), da cui prende la storia di un malcapitato signor qualunque costretto a fare l'eroe per salvare la vita di una donna misteriosamente rapita. Benny Chan sfrutta il plot originale e gli instilla adrenalina, umorismo, azione, colpi di scena, complicazioni, senza freni né pause, trasformando l’intero svolgimento in un'unica apnea tensiva, verso la quale non è per niente automatico essere avvezzi e in cui egli dimostra tutta l'abilità, radicale e differenziante, di questo cinema nel manovrare l'azione. I dialoghi appaiono ridursi a fili conduttori tra le sequenze o spunti per le parentesi di comicità tipicamente cantonese, laddove il vero soggetto che sgorga prepotentemente è il vigore dell'azione, il vortice di immagini in grado di produrre una visuale onnicomprensiva, iperrealistica, dal coinvolgimento straniante, ludico, e in certa parte quindi, onirico. Un cinema dichiaratamente di intrattenimento, ovviamente, in cui non manca di manifestarsi l’embrione di un possibile ulteriore sviluppo.


 

Chocolate
Christine Molloy e Joe Lawlor

(A.T.) È donna anche l’evoluzione del cinema di combattimento thailandese (Muay Thai), con l’autentica rivelazione dell’eroina di Chocolate, Jeejia Yanin, compositrice di evoluzioni col corpo senza l’ausilio di cavi o computer graphics. Chocolate non è soltanto una vetrina per le stupefacenti capacità di Jeejia nelle arti marziali e negli stunt (nella vita reale è un’esperta di taekwondo), ma anche una rete di riferimenti che indicano la direzione dei film d’azione thailandesi. Con il gioco di parole dei cioccolatini (la protagonista mangia gli Smarties per diventare smart, intelligente), la risposta ai film di Tarantino (dall’animazione di Kill Bill al combattimento tra samurai nella resa dei conti, oltre al brillante pugile epilettico che ricorda lo schiavo in abbigliamento sadomaso di Pulp Fiction) e il tributo a Bruce Lee nella scena nella scena della fabbrica di ghiaccio ispirata a Il furore della Cina colpisce ancora, Chocolate esibisce una sicurezza che riassume un insieme di fonti in qualcosa di totalmente nuovo”. Un film che compone la prossemica dello scontro corpo a corpo in uno spettacolo duro e puro, senza bisogno di riflessioni o artifici, dall’etica spiccia e necessaria, e dal fascino recondito e primordiale.