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giugno 2009

trimestrale di cinema, cultura e altro... ©

n° 26
Reg.1757 (PD 20/08/01)

    Ben venga questo numero doppio poiché al ritardo redazionale corrisponde una data di messa in rete che permette una parentesi sulle elezioni comunali padovane. Il rapportarsi con la realtà delle istituzioni nella nostra città resta una chiave di progettualità redazionale non eludibile e le prospettive di una dinamica culturale condivisa sono un sottotesto editoriale da verificare. Ecco allora che un'analisi del successo di Flavio Zanonato non può esimersi da uno sguardo di riflessione sulle contraddizioni di una politica (nazionale) giocata su un messaggio confuso di contrapposizione, più ideologica-partitica che propositiva e concreta (c'è da stupirsi se poi vince una figura che è l'incarnazione della vacuità massmediale in accoppiata con chi fa della propria, retriva, pochezza culturale la chiave di volta per dialogare con l'insoddisfazione popolare?) e sulle sofferte soddisfazioni di questa nostra roccaforte veneta in cui un sindaco, non amatissimo, ma rispettato per coerenza, impegno e trasparenza di obiettivi "comunali e comuni" ha saputo rifondare una squadra vincente, senza paura di accomunarsi con la sinistra verace (nonostante l'intervento in extremis sulla Ruffini) e stracciando il suo altezzoso avversario anche grazie ad un manipolo di candidati (Piron, Sinigaglia, Verlato...) che da tempo sul territorio, incarna, non teorizza la strombazzata "pregnanza di valori".

  Ancora una volta, a Udine, al FAR EAST film festival per avere uno scorcio di Oriente, inarrivabile, autentico, esagerato, e per forza di cose, estremo. Un festival obbligatorio, di questi tempi in cui l’impressione del raggiungimento della fine, del traballamento di qualunque forma di espressione vitale si connota drammaticamente di una variante cromatica plumbea e di un sentimento d’incertezza, giacché il cinema - in quanto sunto artefatto di quell’inganno a cui i nostri sensi sono drasticamente assoggettati - costringe all’osservazione oltremodo dettagliata, e in ogni caso speculare a una riflessione non uniformata alla patina indistinta del brodo delle opinioni. Ancor di più è essenziale un festival che si fa carico di trattare ed esporre un cinema di una sola determinata area geografica, ma completo di ogni genere o sottogenere rintracciabile in questo contesto, in risposta della prassi ampiamente diffusa (e pur valida) dei festival internazionali in cui le diverse cinematografie nazionali vengono affrontate quasi esclusivamente per i modelli autoriali più decifrabili o riconosciuti. È così che il FAR EAST è e resta il luogo in cui discutere con un nitido criterio di un cinema che è oramai diventato parte (r)esistente e imprescindibile della conoscenza cinematografica universale e in parte - in una sorta di automatismo critico categorico e persecutorio - già oggetto (s)perduto in qualche fatale ricordo e prodotto miseramente inabile a fare i conti con il presente gravoso e vacillante.>>

 

   Pungente e (auto)ironico, dissacrante e faceto, finemente sprezzante e vivacemente nostalgico, questo l’autore che esce dalle novantanove «ImmaginAzioni». È chiaro, al noto critico piace giocare e lo fa argutamente. Mai toni rabbiosi o aggressivi, piuttosto un tatto che graffia e che attraverso la sicurezza della mano che scrive raggiunge credibilità e, paradossalmente in apparenza, serietà. Lo scrivere stesso è un gioco. I vocaboli diventano i pezzi con cui costruire, o meglio costruirsi, di volta in volta lo schema del gioco, l’ossatura per creare con il lettore un’intesa. Finge di depistarlo (lo fa ma a carte scoperte), di parlargli in codice, di mistificare le denunce, di stimolarlo con provocazioni, ma è tutto calcolato: il lettore impara presto a stare al gioco. >>

 

  Il successo riportato soprattutto presso il pubblico giovane da Twilight e dalla serie televisiva True Blood (in onda su Sky), fa riflettere sul fascino che riesce ancora a suscitare un mito, come quello del vampiro, che ha indubbiamente dimostrato la sua immortalità. Nella versione sentimental-giovanilistica di Twilight i vampiri sono ben lontani dal modello originale: si tratta di adolescenti carini e ben vestiti, che provano un richiamo sessuale molto debole e addirittura non si nutrono nemmeno di sangue. Il film però ha riscosso grande entusiasmo tra il pubblico, nonostante il dubbio valore artistico, portando al vertice delle vendite i best sellers della Meyer da cui è tratto, non soltanto perché la letteratura fantastica e l’horror piacciono molto agli adolescenti, ma perché il vampiro contemporaneo rappresenta l’outsider ribelle, sensibile, solitario, che vive in disparte dalla società cosiddetta normale. >>

La 27 edizione del Bergamo Film Meeting, rassegna cinematografica annuale e appuntamento fisso nel panorama dei festival italiano, ha visto protagonisti ancora una volta film (per la gran parte stranieri) opera di registi emergenti, poiché, come ha spiegato il direttore Angelo Signorelli «si cerca di evitare di avere in concorso grandi nomi come accaduto in passato» [il riferimento è ad Abbas Kiarostami, vincitore qui nel 1995 con il suo Sotto gli Ulivi]. Infatti quest’anno il concorso si componeva di sei opere prime e di un’opera terza (9 mm del turco-belga Taylan Barman, non selezionato tra i vincitori).
Bisogna riconoscere che tale strategia di promozione di esordienti quest’anno ha ripagato gli organizzatori (e il pubblico del festival) con una mostra-concorso di buon livello, con opere interessanti, ben girate e recitate, tali da non far rimpiangere affatto i concorsi dell’ultimo biennio, che si presentavano su livelli di ben diverso (e minor) spessore.
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32°Vacillano le banche e vacillano anche le nostre certezze che il cinema invisibile possa continuare ad essere un’oasi felice ambita dal pubblico padovano. Il cinema è anche merce, si sa, e la rassegna di ottobre-dicembre, pur così ricca di titoli stimolanti e prime visioni a lungo attese, è stata quasi una debacle dal punto di vista delle presenze in sala. Eccoci allora a dare spazio, anche nei martedì e nei giovedì, ad iniziative di teatro e musica (i programmi organizzati in collaborazione col CTP Valeri, il Centro d’Arte e il CUAMM sono pubblicati a parte) e a ripensare alla struttura della rassegna stessa, coniugando le difficoltà del momento con le nostre ambizioni cinefile. >>

 Forse bisognerebbe fare black-out quest'anno sugli oscar poiché, se è vero che i premi dell'Academy sono per lo più commercialmente scontati, è anche vero che l'aver spudoratamente ignorato, perfino nelle nomination,  Gran Torino è un'offesa al buon senso cinematografico che non ammette venia. >>

Tolleranza zero del governo verso gli alcolici (prosecco e refosco compresi...) o, da parte delle persone di buonsenso,  verso chi pensa di gestire il problema alcool introducendo livelli di soglia completamente avulsi dalla realtà? Basta ascoltare/vedere un radio/tele giornale per rendersi conto che chi procura gli incidenti è di norma 10 volte oltre il massimo previsto (se non addirittura in coma etilico...).  E l'idea geniale quale sarebbe? Abbassare ulteriormente il limite! Cosi il messaggio che arriverà alla gente sarà che se bevi anche solo un bicchiere "sei fuori", che i rischi alla guida non dipendono da altro, che non conta saper dosare il rapporto tra cibo e bevande (cioè sonnolenza e riflessi meno pronti) con la velocità e la prudenza... Ne consegue che il rispetto della legge diventa un'utopia, che solo gli astemi sono autorizzati alla guida (può essere un espediente estremo, non una regola in un paese in cui la cultura enogastromica non si banalizza nello spriz e nello sballo giovanile) e che il limite è un altro di quei provvedimenti di facciata che suppliscono ad un'educazione articolata al rispetto della vita propria ed altri, all'uso dell'auto come mezzo di comodo trasporto e non di esibizionismo pseudoagonistico. Portiamo il tasso massimo ancora più giù di 5 (l'8 di una volta teneva conto di un popolazione consapevole, prima del panico da giovanilismo incosciente),
arriviamo a 2, perché non a 1 o 0?
Al prossimo incidente mortale la notizia sarà che il tasso alcolico del guidatore era 100 volte oltre il consentito...

 

 In una Biennale Arti Visive come quella attualmente in corso, in cui la presenza di video è sicuramente ridimensionata rispetto alle precedenti edizioni, il Padiglione inglese dedica il suo intero spazio ad un artista come Steve Mc Queen, che ha sempre privilegiato questo mezzo espressivo, presentando Giardini, un suo video di trentacinque minuti girato proprio nei Giardini della Biennale. È una Venezia decadente e romantica quella che ci viene mostrata, dove i cani randagi sono levrieri, il Moro è un ragazzo in jeans, il paesaggio è l’abbandono dei Giardini d’inverno. Un punto di vista sicuramente anomalo, ma l’effetto d’insieme risulta eccessivamente estetizzante. >>

 
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in rete dal 9 luglio 2009

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