maggio 2020

periodico di cinema, cultura e altro... ©
 

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Reg.1757 (PD 20/08/01)

 
 
 

  CINEMA E PANDEMIA                     

 

quale futuro per le sale cinematografiche?

  Pensiero e azione. Alla domanda sul futuro del cinema in sala arrivano in questi giorni due risposte, una di riflessione propositiva (Lettera aperta per il sostegno all’esercizio cinematografico indipendente italiano), firmata da esercenti, distributori, autori, critici, che fa capo al sito al sito lasci.cloud, l'altra che consiste in un progetto operativo (hashtag #IoRestoInSala) a cui stanno aderendo sempre più sale (si è partiti da una cinquantina) e che prevede uno spazio online in cui lo spettatore potrà̀ accedere come se andasse nel suo cinema di riferimento. Il modello che si vuole portare sulla piattaforma è quello della sala, permettendo ai singoli cinema disseminati sul territorio italiano (e solo ed esclusivamente ai cinema) di vendere un biglietto per la visione di un film da casa. Ogni cinema simulerà la visione di un film in sala, con posti assegnati e streaming a orari prestabiliti. È possibile vedere gli altri spettatori in sala, fare amicizia, conversare in chat con il vicino di poltrona e commentare il film.


Nella lettera si chiede di potersi confrontare con indicazioni chiare, efficaci, operative così da potersi assumere coscienti responsabilità verificando l’effettiva sostenibilità delle normative tese a tutelare la salute pubblica. Un sguardo particolare è rivolto alla miriade di sale di quartiere e di paese, in particolare quelle indipendenti, che hanno un ruolo chiave nella pluralità e varietà della proposta e nel legame col territorio, svolgendo un prezioso lavoro culturale e sociale, ma che più di altri soggetti sono esposte a dei seri rischi rispetto alla possibilità di riaprire e di farlo in modo sostenibile. Il tutto nella fiducia in un ‘dopo’ in cui ci sarà fame di cinema, fame di cultura condivisa, di presenza fisica e di scambio reale, di riunirsi e ritrovarsi senza paura in una sala cinematografica dove gli esercenti vogliono trovarsi pronti e messi nelle condizioni di riprendere quell'attività che a loro riesce meglio, vendere sogni.

Il progetto online non è antitetico. È il presupposto per un periodo di surplace, in cui le ruote delle visione temporeggiano sulle piste dello streaming prima di spremere la loro corsa sulle strade degli schermi cinematografici. L'obiettivo, per le sale, è quello di continuare a fidelizzare il proprio pubblico: ogni singolo cinema comunicherà̀ - sui rispettivi siti, newsletter, social - ai propri spettatori la possibilità di acquistare biglietti per le sale virtuali direttamente sul proprio sito. Le Sale rispecchieranno le capienze delle sale fisiche del cinema di riferimento. Tutto questo può̀ consentire allo spettatore di ritrovare quel senso di identità̀ e comunità che caratterizzano il pubblico delle sale cinematografiche di qualità̀, in un momento di blocco delle sale fisiche.
La lettera ha aperto la sua raccolta firme il 12 maggio, per #IoRestoInSala la presentazione del progetto è fissata per 18 maggio, dopo di che saranno comunicati i primi 15 film resi disponibili per la programmazione e e questa sarà definita, sala per sala, tra 21 e il 25.
Che la sala sia con voi !

 
 

  PILLOLE WESTERN                                         

 

visioni da lockdown

È indiscutibile che l‘isolamento da Covid-19 ha aperto nuove frontiere culturali: libri accantonati che aspettavano il loro spazio, film da scoprire o da rivedere in alternativa all’affollamento streaming delle serie tv... Le coincidenze hanno voluto che il romanzo in lista d’attesa (Lonsome Dove di Larry McMurtry) fosse una emozionante avventura western e che in televisione abbia circolato una ricca proposta di western e northern più o meno famosi a cui non potevamo che riappassionarci.
Eccone almeno tre, indimenticabili.
 

Ezio Leoni

 
 

  ALTRE VISIONI                                               

 

visioni da lockdown

Se abbandonarsi al flusso ininterrotto della visione in binge whatching delle svariate serie offerte dalle piattaforme in streaming ha aiutato a trascorrere le molte ore di inattività a cui l'emergenza sanitaria ci ha costretto, è anche vero che ogni tanto si fa sentire l'esigenza di una pausa, che può essere offerta da una modalità di “visione” diversa. Due suggerimenti in questo senso potrebbero essere: il magnifico corto di David Lynch What Did Jack Do? e la serie Tales From the Loop.


 

What Did Jack Do? - David Lynch # USA
Netflix
(17')
trailer

  È un'occasione imperdibile quella che Netflix offre agli spettatori in occasione dei 74 anni di David Lynch, mettendo in rete questo lavoro del 2016, prodotto dalla Fondation Cartier di Parigi, mostrato prima d'ora solo in rarissime occasioni legate a esibizioni ed eventi curati dall'autore stesso.
Il dialogo-interrogatorio tra il detective D. Lynch e la scimmia antropomorfa Jack Cruz, con il suo bianco e nero sfumato, l'immancabile tazzina di caffè, le nuvole di fumo, il linguaggio criptato, l'improvvisa performance cantata, ci trascina immediatamente all'interno del mondo visionario dell'artista. E solo un grande artista come Lynch è in grado di condensare in pochi minuti quella che è la sua concezione di cinema, cinema come costruzione di mondi.
Da un lato il film si può leggere come un omaggio alla magia del linguaggio cinematografico e alle sue potenzialità: dalla dinamica tra “campo” e “fuori campo” viene creato uno “spazio filmico” che è solo nella mente dello spettatore, dall'altro la formula del “campo-controcampo”, con la quale viene rappresentato l'intero dialogo, se apparentemente si rifà agli stilemi classici del noir, in realtà pone l'autore di fronte a se stesso, al suo cinema, a cui molti sono i rimandi e alla sua poetica. La scimmia Jack, sospettata di omicidio per amore di una gallina, che parla attraverso la bocca e la voce di Lynch stesso, si pone sin da subito come l'elemento perturbante, il tassello fuori posto capace di stravolgere la concezione dell'ordinario dello spettatore e di aprire le porte all'ineffabile di cui sono fatti i suoi film.
Qualsiasi tentativo di analisi o di interpretazione sarebbe, come per tutti i suoi lavori, riduttivo rispetto alle potenzialità evocative che l'opera offre. “Il suo cinema è un 'esperienza simile a quella che si vive al risveglio, quando il mondo del sogno sfuma lentamente nella consapevolezza. È un sogno vigile, un viaggio attraverso l'ignoto, l'oscuro, il bene e il male che forgiano ognuno di noi. Per questo Lynch è così difficile da spiegare e così restio a spiegarsi, perché la parola non può attingere al nucleo dell'incubo, può solo lambirlo”. Così lo descrive Chris Rodley nella prefazione al bellissimo libro intervista, intitolato appunto Io vedo me stesso.

 
 

Tales From The Loop - serie ideata da Nathaniel Halpern
Amazon Prime Video (8 episodi)
trailer

Merita senz'altro un'attenzione particolare la nuova serie ideata da Nathaniel Halpern (già sceneggiatore di The Killing), composta di otto episodi, ispirati alle tavole dell' illustratore svedese Simon Stalenhag. Volendola collocare all'interno del genere “fantascientifico” per i temi trattati, appare evidente, sin dal primo episodio, la volontà degli autori di distanziarsi dalle tipologie classiche del genere, privilegiando un ritmo lento, fatto di silenzio e contemplazione, che sembra una provocazione nei confronti del pubblico del binge watching, abituato ai ritmi frenetici delle labirintiche trame delle serie, tipo Dark o Stranger Things.
Che The Loop abbia delle pretese di autorialità è dimostrato anche dal fatto che la colonna sonora sia stata affidata a Philip Glass e che l'ultimo episodio porti la firma di Jodie Foster. Anche il cast si avvale di attori noti come Rebecca Hall, Paul Schneider, Johnathan Pryce...
Gli otto episodi sono racconti compiuti a sé stanti, ma nello stesso tempo collegati tra loro dalla presenza degli stessi personaggi e dall'unità di luogo. Racconta la storia di una cittadina di provincia, nel cui sottosuolo, negli anni 80, è stato costruito un centro di ricerca, il Loop, in cui si indaga su “come l'impossibile possa diventare possibile” e con il quale tutti gli abitanti sembrano avere qualche collegamento.

Il paesaggio circostante e, si può dire, immanente è allo stesso tempo idilliaco e inquietante, fatto di una natura incontaminata, in cui si inseriscono o appaiono inaspettatamente misteriosi elementi di fantascienza: strane torri, robot, trattori che viaggiano nel tempo... In questa cornice si muovono personaggi che, di volta in volta diventano centrali o restano coinvolti nelle vicende vissute da altri. Al fascino dell'ambientazione contribuisce decisamente la colonna sonora ipnotica e straniante di Glass.
Il tema che accomuna tutti i racconti è quello del tempo, non inteso in senso lineare, ma ciclico, il loop appunto, come dimostrano il primo e l'ultimo episodio collegati tra loro, che racchiudono altre storie, in cui la linearità temporale viene sconvolta da eventi, che sfuggono a spiegazioni e semmai seminano dubbi. L'originalità della serie consiste proprio in questo contrasto tra le distopie temporali e l'ambientazione rurale con casette modeste con arredamenti obsoleti, interni sempre poco illuminati, dove irrompono oggetti di archeo-fantascienza che ci proiettano in un futuro, che appare però più simile al passato. Le inquadrature fisse, i dialoghi al rallentatore, i dubbi suggeriti in maniera subliminale rimandano direttamente alle illustrazioni di Stalenhag senza tentare soluzioni narrative differenti dall'ispirato impressionismo pittorico dell'autore. Sono quadri di un'esposizione, che a volte richiamano anche la fissità di certe inquadrature di Roy Andersson.

The Loop è una serie che da un lato pone lo spettatore di fronte allo sconosciuto potenziale dell'universo, dall'altro lo spinge ad esplorare le profondità esistenziali dell'essere umano, senza mai dare o suggerire delle risposte, ma insinuando un senso di smarrimento, di straniamento in un realismo distopico alienante e coinvolgendolo in un loop, che per certi versi si avvicina a quanto molti di noi stanno vivendo in questo periodo di isolamento.

Cristina Menegolli

 
 

FESTIVAL DI BERLINO                                               

 

20 - 29 febbraio 2020

  In una Berlino uggiosa ma non fredda, e soprattutto assolutamente ignara (o noncurante) dello tsunami Coronavirus che stava per abbattersi sull’Europa, si è svolto, dal 20 al 29 febbraio la70esima edizione del Festival cinematografico, il primo sotto la nuova direzione dell’italiano Carlo Chatrian. Sale e mercato affollatissimi, file corpo a corpo, nessuna precauzione o distanziamento o lavaggio delle mani, rarissime la mascherine.
Unico indizio della catastrofe imminente, i bisbigli, gli scambi preoccupati di notizie e informazioni sottovoce tra gli italiani, soprattutto del nord.
Eppure, a scriverne dopo qualche settimana, sorge imperiosa e angosciosa la domanda: il popolo dei cinefili e degli addetti ai lavori dovrà ricordare questa edizione di Berlino 2020 come l’ultima di un’era felice, di una età dell’oro che potrebbe non tornare più? Alla ripresa, quando verrà, tra un anno o forse più, esisteranno ancora le sale, soprattutto quelle d’essai? Sopravviverà il già scarso (e attempato) pubblico ad un così lungo dominio di Netflix, Amazon Prime, Disney e scaricamenti vari?
Lasciando da parte folcloristiche idee, come la rinascita del drive in (con la scatoletta-auto promossa a barriera anticontagio) oppure i patetici programmi di riaprire le sale ad occupazione alternata, ci sarà ancora una industria del cinema? Come si ovvierà (penso soprattutto ai piccoli distributori indipendenti) al contemporaneo arrivo in cascata di decine, forse centinaia di film bloccati, non distribuiti o addirittura non terminati che si saranno accumulati nel lungo periodo di emergenza? Unica speranza, il medicinale mirato e risolutivo oppure il vaccino.
Nel frattempo ci penseranno (come peraltro già facevano, e con risultati anche egregi) i già citati re Mida dello streaming...
E dire che era stato un buon festival.
Con Chatrian che, per quanto ancora impegnato a risolvere il problema della lingua (con la valida collaborazione della vice e speaker Mariette Rissenbeek), ha mantenuto nei fatti la linea dei suoi predecessori, dando la precedenza a film ricchi di contenuti morali e sociali, ma senza perdere d’occhio realizzazioni più sperimentali: valga per tutte Malmokrog del rumeno Cristi Puiu (La morte del signor Lazarescu, Sieranevada), quattro  ore e mezza di dialoghi filosofici nell’atmosfera checoviana di una villa immersa nella neve. O meglio ancora Natascha del russo Khkzhanovsky prima parte (benissimo girata) del folle progetto DAU (si parla di 700 ore di pellicola) come il nome dell’istituto al quale negli anni 50 era affidato in Ucraina la creazione dell’uomo nuovo sovietico (orso d’argento per la innovazione tecnica).
Quasi del tutto tutto condivisibile il palmares scaturito dalla giuria presieduta da Jeremy Irons (vi faceva parte anche il nostro Luca Marinelli) a cominciare dall’Orso d’oro andato (non c’era quasi gara) a
There is No Evil dell’iraniano Mohammad Rasaulof, potente film di denuncia sulla pena di morte nel paese degli aiatollah. Unico suo serio concorrente un geniale film indie (non per niente già passato al Sundance) dallo strano titolo, Never Rarely Sometimes Always, comunque premiato con l’Orso d’argento Gran premio della giuria. E, finalmente, ben due film italiani degni di nota: il biopic del pittore naïf Antonio Ligabue di Giorgio Diritti Volevo nascondermi, con la straordinaria prova di Elio Germano, non per niente aggiudicatosi l’Orso d’argento per la migliore interpretazione maschile (purtroppo uscito in sala proprio a cavallo del lockdown coi risultati che si possono immaginare...) e la bella conferma dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, già rivelatisi proprio qui a Berlino nel 2018 con La terra dell’abbastanza, e ora insigniti dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura per il loro Favolacce, spietato ritratto di un certa piccola borghesia romana: senz’altro una dei film più originali in concorso. Migliore attrice, infine, la tedesca Paula Beer, protagonista di Ondine di Christian Petzold, altro film in odore di Orso d’oro durante il festival, ma che ci è parso inferiore ai precedenti La scelta di Barbara e La donna dello scrittore. Arrivederci nel 2021, virus permettendo....

Giovanni Martini

 
 
 

in rete dal 13 aprile 2020

 
 

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