The Aviator
Martin Scorsese - USA 2004 - 1h 27'


migliore attrice non protagonista (CATE BLANCHETT)
migliore scenografia (DANTE FERRETTI e FRANCESCA LO SCHIAVO)
migliore fotografia (ROBERT RICHARDSON)
miglior montaggio (THELMA SCHOONMAKER)
migliori costumi (SANDY POWELL)


sito ufficiale

da La Repubblica (Roberto Nepoti)

     È noto che, per il suo immenso Quarto potere, Orson Welles s'ispirò largamente alla vita di Howard Hughes. Al capolavoro di Welles s'ispira Martin Scorsese; anzi, in via indiretta, lo cita più di una volta (nelle memorie sepolte della fanciullezza del protagonista, nel falso cinegiornale.): però The Aviator non è un capolavoro. E' "solo" un grande film, che merita certamente un bel po' degli undici Oscar ai quali è appena stato candidato e tuttavia manca di quella dismisura, di quella dose di geniale sregolatezza che ci saremmo aspettati da Martin alle prese con un soggetto simile. Mettendo in scena vent'anni di vita del magnate per eccellenza, icona leggendaria e maledetta della storia americana, Scorsese non ci fa mancare nulla del "mistero Hughes": tycoon megalomane e iperdotato, personalità seduttiva e uomo politicamente ambiguo, eroe dell'aria e bambino autodistruttivo, protagonista di scandali. Si concede il piacere di girare scene alla maniera della Hollywood del tempo che fu; fino a riprodurre l'impasto cromatico della fotografia, senza tuttavia cadere nel feticismo. Realizza un incidente aereo mozzafiato. Malgrado lo strumento del flashforward, delicato da trattare, riesce a introdurci per gradi al rovinoso declino dell'uomo, coniugandone i tratti di ambiguità e complessità con quelli di umanità. Evita i freudismi e le scorciatoie psicologiche, cosa meno facile di quel che sembri. Ci offre due ore e tre quarti di grande spettacolo.
Non osa portare fino in fondo, però, l'implicito che poteva fare di
The Aviator un film geniale: così come demolì il mito della Nascita di una Nazione (
Gangs of New York), allo stesso modo aveva sottomano l'occasione - qui - di fare a pezzi il Sogno Americano, equiparandolo alla paranoia pura e semplice. Che ne fosse tentato, si percepisce da molti indizi: sia nelle scene più crudelmente truci (quando Hughes si isola dal mondo, circondato da flaconi della propria urina), sia in quelle rasserenanti e liberatore: le sequenze aeree, in sostanza, dove il protagonista trova gli unici momenti di pace perché si allontana da un mondo, ai suoi occhi, sporco e miserabile. E invece Scorsese, che è tutto fuorché un cineasta timido, si è arrestato prima, è passato a fianco della volontà di potenza del personaggio, ha glissato sui rapporti tra successo, iperattività e nevrosi. Con ogni probabilità, la commissione degli Academy avrebbe gradito assai meno una versione così oltranzista (il suo grande Casinò fu "dimenticato" dagli Oscar); ciò non toglie che, alla fine, un ottimo film ci lasci parzialmente insoddisfatti.

LUX - febbraio 2005