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Elle

Paul Verhoeven

 

Michèle è una donna decisa e rigorosa, nella propria attività professionale – è a capo di una grande azienda di videogiochi – così come nella vita privata e sentimentale. Tutto cambia dopo l’aggressione subita in casa sua da parte di uno sconosciuto misterioso. Imperterrita, Michèle si sulle tracce dell’aggressore, dando vita a un gioco che può diventare molto pericoloso…  La violenza latente è temperata da un umorismo nero qua e là folgorante: Verhoeven sa costruire un raffinato noir alla Chabrol (innervato di morbosità e pieno di ironia) facendo emergere, al centro di una cornice alto-borghese disegnata con tagliente divertimento, un complesso personaggio femminile a cui solo una straordinaria Isabelle Huppert poteva dare volto, anima e corpo.

 

 

Francia/Belgio/Germania 2016 – 2h 10’

Solo una meravigliosa Isabelle Huppert poteva dare volto a un personaggio così complesso. Mai una volta sopra le righe, sempre perfetta, anche solo con l’espressione del viso, nel condurre lo spettatore all’interno di un viaggio nei misteri del comportamento umano. Una parte difficile che, non a caso, è stata rifiutata da diverse attrici americane. Paul Verhoeven, mai banale anche nei singoli dettagli, costruisce un grande film che sa essere duro e divertente, appassionante e dark. Lo fa, basandosi su una delle migliori sceneggiature degli ultimi anni, che non prova, finalmente, a fare la morale pedagogica a tutti i costi, lasciando all’intelligenza di chi è seduto in sala di arrivare a una sua personale presa di coscienza, come capita, nel finale, a Michèle. Questo è cinema allo stato puro. Purtroppo, sempre più raro.

Maurizio Acerbi – Il Giornale

Mai ascoltare i ‘si dice’. Ci avevano sussurrato che Elle di Verhoeven è un disastro. Invece è un mezzo capolavoro, e diciamo mezzo perché è troppo spiazzante per ingabbiarlo in una categoria così solenne. Verhoeven infatti stupisce tre volte in ogni scena. Per ciò che accade, per come lo racconta e per come i personaggi lo vivono, in testa una Isabelle Huppert da palma, capace di rendere credibile l’incredibile muovendo un sopracciglio. Un ritorno alla grandezza (e alla libertà) di Starship Troopers e Total Recall, con l’eros e l’immaginario al posto della fantascienza. (…) una black comedy allegramente amorale che aspira come un buco nero tutto ciò che ruota intorno a Michèle (…). Ma non credete che la freddezza di Michèle e quei giochi violenti celino traumi e spiegazioni freudiane. Verhoeven non spiega un bel nulla, anzi ci fa una pernacchia e tra sms sconci, e-mail porno, cene di Natale demenziali (guest star papa Francesco), ci diverte, ci scuote, ci fa pensare per due ore e più (troppo), costringendoci a riempire i mille vuoti lasciati ad arte dentro un racconto paradossale e insieme del tutto logico. Un perfetto antidoto ai tanti Neon Demon (o Gone Girl), così fintamente trasgressivi, che vanno per la maggiore a Hollywood (meno male che il progetto di farne un film americano è naufragato rapidamente). Nonché la prova che il buon cinema si fa con i dubbi e le ambiguità.

Fabio Ferzetti – Il Messaggero

(…) toni da commedia feroce, dialoghi taglienti e scene memorabili (la cena di Natale). La Huppert è straordinaria nella sua sferzante alterigia rotta da momenti d’ira o nevrosi. Sulla scorta del romanzo di Philippe Djian ‘Oh…’, l’esemplare sceneggiatura di David Birke mescola spunti iperbolici e osservazioni minute per raccontare le differenze di classe e quelle di genere. Alla fine i laici borghesi sono un po’ disumani, e le ‘radici cristiane’ tragiche o ridicole: la cosa giusta è soprattutto ‘non mentire’ e recuperare una solidarietà, un’amicizia (tra donne, nello specifico). Verhoeven dirige in contro-tempo, smontando in fondo il cinema d’autore europeo come ha fatto in passato con la fantascienza (…) o il noir. Ma il suo gioco non aveva mai avuto questa profondità né questa precisione.

Emiliano Morreale – La Repubblica

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