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Una donna fantastica

Sebastián Lelio

Marina e Orlando sono innamorati e pianificano di passare le loro vite insieme. Lei lavora come cameriera e adora cantare. Lui, 20 anni più grande, ha lasciato la sua famiglia per lei. Una sera, però, Orlando si sente male e all’arrivo n ospedale, i medici nn possono che confermarne la morte… Marina si trova di fronte alle domande sgradevoli da parte di un’ispettrice di polizia, mente la famiglia di Orlando le mostra solo rabbia e sfiducia, la esclude dal funerale e le ordina di lasciare l’appartamento, che apparteneva ad Orlando. Marina, infatti, è una donna transessuale e la famiglia del defunto si sente minacciata dalla sua identità. Ma Marina è forte, e con la stessa energia che ha utilizzato per il diritto a essere donna decide di combattere, a testa alta, per il diritto di vivere il proprio lutto. A quattro anni da Gloria Lelio torna a parlare di figure femminili in lotta contro un sistema che tende a emarginare tutto ciò che appare diverso. Un film appassionato, un’eroina fiammeggiante!

ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA
OSCAR PER IL MIGLIOR FILM STRANIERO

 

Una mujer fantástica
Cile/USA/Germania/Spagna 2017 – 1h 44′

Se il titolo non sembra aver dubbi sulle qualità della sua protagonista – Una donna fantastica – il film gioca maggiormente sull’ambiguità. (…) avanza come su due binari paralleli: da una parte le reazioni che l’identità sessuale di Marina scatena in chi non è disposto ad accettarla, si tratti della famiglia del defunto o di una commissaria di polizia, e dall’altra la volontà della regia (di Sebastián Lelio) e della sceneggiatura (sempre di Lelio e di Gonzalo Maza) di «difendere» il diritto alla riservatezza – se così vogliamo chiamarlo – della protagonista e non rispondere mai alla domanda che aveva fatto il figlio di Orlando. Un modo, questo, per sottolineare da una parte il razzismo e il disprezzo che la buona borghesia cilena (ma evidentemente il discorso vuole andare al di là dei confini geografici) riserva a chi non rientra nelle categorie mentali dei benpensanti, ma dall’altro per non fermarsi al solo discorso moralistico sull’accettazione di chi è considerato «diverso» e spingere invece lo spettatore a identificarsi con Marina e, soprattutto, a farsi carico della sua sensibilità ed entrare nella sua psicologia. Se le scene di violenza verso Marina formano la parte melodrammatica ma anche più prevedibile del film (…) la forza e il cuore del film stanno piuttosto nelle scene in cui una sessualità che non sappiamo bene come definire viene ribadita con belle intuizioni di regia. (…) un film che sa spingere lo spettatore a superare i luoghi comuni per confrontarsi con le prove e i misteri dell’ambiguità, e che l’ultimissima scena con la protagonista che intona l’aria ‘Ombra mai fu‘ dal Serse di Händel suggella con il fascino ineffabile di una musica che infrange le regole dell’identità sessuale.

Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera

Un’altra struggente storia di identità femminile raccontata da Sebastián Lelio (Gloria), un intreccio sempre più drammatico e nello stesso tempo intimo poiché il genere transgender di Marina (la interpreta Daniela Vega, una celebre cantante lirica transgender) si svela un po’ alla volta come a mettere lo spettatore di fronte a un essere continuamente flagellato per la sua condizione. E mette Marina stessa di fronte alla sua identità, forte e decisa, persona che non si lascia intimidire. La messa in scena procede in modo che lo spettatore possa osservare ogni suo comportamento, ogni lato della sua persona (…). Un turbamento lungo tutto il film coglie lo spettatore invitato a identificarsi, poi ad allontanarsi, a porsi le stesse domande che vengono formulate, a subire l’empatia suggerita dalla trama, a reagire di fronte alla mancanza di pietà. (…) È un film che parla a tutti, ma è piuttosto interessante cogliere le aperture di una società piuttosto conservatrice, dove conta soprattutto il nome di famiglia e il vero scandalo non è tanto avere una relazione, ma averla con qualcuno di classe inferiore.

Silvana Silvestri – Il Manifesto

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