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C’est ça l’amour

Claire Burger


Francia 2018 – 1h 38′

 VENEZIA – C’est ça l’amour è il secondo lungometraggio di Claire Burger, il suo primo a firma singola (Party Girl – Caméra d’Or a Un Certain Regard nel 2014 – era codiretto con Marie Amachoukeli e Samuel Theis). Nel cast spicca il protagonista, il belga Bouli Lanners (premio Magritte come miglior attore non protagonista per Un sapore di ruggine e ossa) e la giovane ottima promessa francese Justine Lacroix.

C’est ça l’amour è il secondo lungometraggio di Claire Burger, il suo primo a firma singola (Party Girl – Caméra d’Or a Un Certain Regard nel 2014 – era codiretto con Marie Amachoukeli e Samuel Theis). Nel cast spicca il protagonista, il belga Bouli Lanners (premio Magritte come miglior attore non protagonista per Un sapore di ruggine e ossa) e la giovane ottima promessa francese Justine Lacroix.
Scritta dalla regista, la sceneggiatura è incentrata su Mario, un uomo che deve occuparsi della sua casa da quando sua moglie se ne è andata. Si ritrova a crescere tutto solo le sue due figlie, adolescenti in piena crisi. Frida, 14 anni, lo accusa della partenza di sua madre. Niki, 17 anni, sogna di andarsene di casa. Mario, dal canto suo, aspetta sempre il ritorno della moglie…
Presentato a Venezia 75, alle Giornate degli Autori, C’est ça l’amour è un piccolo grande film. In parte certamente biografico, come spesso accade nei lavori dell’Autrice, anche qui si parte da vicende personali e reali: al centro una famiglia da poco disgregata. Una moglie se ne è andata, alla ricerca di se stessa, dopo vent’anni insieme con un uomo da cui ha avuto due figlie, un’adolescente ed una giovinetta, ciascuna immersa nella propria crisi esistenziale. Ma mentre loro sembrano vivere in maniera più lieve – benché solo in apparenza – il marito-padre non si dà pace, non è in grado di affrontare con serenità e da solo una paternità amatissima ma che lui avverte particolarmente pesante, pressoché ingestibile ed una pseudo-vedovanza non ‘desiderata’.
Film molto intimista, ripiegato sul senso della distruzione della famiglia, dapprima sommesso, poi deflagrante, implodente. Tutto potrebbe andare verso la tragedia, tutto potrebbe davvero deviare in maniera irreversibile, poi pian piano la ‘normalità’ si ricostituisce o, per lo meno, pare volgersi verso il ‘quasi sereno’. La disperazione lascia il posto alla speranza, meglio, al possibilismo verso una nuova vita da ri-comporre.
Ottime le performances, dosata la regia per un’opera prima riuscita e ‘risolta’, specie nella seconda parte. Macchina a mano, a tratti, certo faticosa, ma atta a testimoniare il dolore, la sofferenza, il lutto interiore della separazione, il rimpianto. E davvero notevole il commento musicale, specie il (più volte ripetuto) Andante Primo Mov. della Sinfonia 488 di Mozart.

Maria Cristina Nascosi Sandri – MCmagazine 47

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