recensioni – MCmagazine

L’ufficiale e la spia – J’accuse

Roman Polansky


Francia 2019  (100′)

Leone d’argento – Gran premio della Giuria

 VENEZIA – Alla fine alla 76° Mostra del Cinema di Venezia, dopo giorni di discussioni e polemiche, per J’accuse di Roman Polansky è arrivato “solo” il Leone d’argento. D’altro canto la Presidente della Giuria, Lucretia Martel, aveva fatto capire da subito che si sarebbe rifiutata di consegnare un Leone d’oro all’ottantaseienne regista, per le accuse di molestie sessuali che dal passato pendono sul suo capo.

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I migliori anni della nostra vita

Claude Lelouch

Jean-Louis (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Anouk Aimée) si sono conosciuti molto tempo fa e hanno vissuto un’intensa e inaspettata storia d’amore (Un uomo, una donna – 1966). Oggi, l’uomo, ex pilota di corsa, riporta alla memoria vecchi ricordi che vorrebbe poter rivivere. Tra questi c’è quella donna che non è riuscito a tenersi accanto… Per aiutarlo, suo figlio cerca di rintracciarla ed è così che i non più giovani come un tempo Anna e Jean-Louis potranno rivedersi… Un film che non si rivolge solo ai nostalgici di un ‘classico’ della nella storia del cinema, ma a tutti coloro che sono disposti, sempre, a riflettere sul mistero della vita e su quello dei sentimenti.

 

Les plus belles années d’une vie
Francia 2019  (90′)

 CANNES – Ci aveva già provato una volta, l’intramontabile Claude Lelouch (49 film all’attivo) a rinverdire lo straordinario successo di Un uomo, una donna, Palma d’oro e Oscar per il miglior film straniero nel 1966, forse uno dei film più visti e amati di sempre. Correva il1986, ma il sequel (stesso titolo….oggi), arruffato, senza ispirazione, era stato un flop sia di critica che di pubblico.

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Les misérables

Ladj Ly


Francia 2019  (100′)

 CANNES – È intitolata a Victor Hugo, massimo scrittore francese e autore de I Miserabili, l’arteria principale di Montfermeil, una delle tante periferie (banlieu) che circondano Parigi. Giocando sul fatto che appunto lì si svolgeva una parte importante del romanzo, l’esordiente regista francese Ladj Ly, originario del Mali ma nato e cresciuto nel quartiere, vi ambienta il suo film, Les Misérables appunto, in concorso.

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Il traditore

Marco Bellocchio


Spagna 2019  (113′)

 CANNES – Ci voleva Marco Bellocchio, l’uomo, il regista che in più di cinquanta anni di attività (I pugni in tasca è del 64) ha sempre avuto il coraggio di gettare lo sguardo sui grandi snodi della società italiana, con film come La Cina è vicina, Sbatti il mostro in prima pagina, Buongiorno notte o più recentemente sul dramma di Eluana Englaro (Bella addormentata).

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Dolor y Gloria

Pedro Almodóvar

Salvador Mallo (Antonio Banderas) è un regista cinematografico ormai sul viale del tramonto. Soffrente nel corpo e nello spirito, fa il punto sulla sua vita: la sua infanzia negli anni ’60, il primo desiderio e il primo amore, la scoperta terapeutica del cinema… E Dolor y Gloria è proprio una dichiarazione d’amore al cinema (semiautobiografica) di memorabile sincerità e potenza, sorprendente e commovente.


Spagna 2019  (113′)
CANNES: miglior interprete maschile

 CANNES – Era l’unico dei grandi a non essersi dimostrato inferiore alle attese, dato per favorito fin dall’inizio, mai vinto un festival importante… e invece Pedro Almodóvar, 70 anni a settembre, anche stavolta non ce l’ha fatta a portarsi a casa la Palma!.

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Ten Years Thailand

Aditya Assarat, Apichatpong Weerasethakul, Chulayarnnon Siriphol, Wisit Sasanatieng


Thailandia 2018 – (95′)

 UDINE – Nel 2016 è stato presentato al Far East il film hongkonghese Ten Years, un’antologia che proponeva cinque visioni cupe e sorprendenti del futuro della città. Un film censuratissimo in Cina, ma che vinse in quell’anno come miglior film all’Hong Kong Film Awards. Proprio da Udine è partita l’iniziativa di estendere il progetto ad altri paesi asiatici, invitati a interrogarsi sulle supposte “libertà” delle varie democrazie dell’area geografica, da Taiwan al Giappone in una prospettiva futura. Tre di questi lavori sono stati presentati quest’anno al Far East : Ten Years Thailand, Ten Years Taiwan e Ten Years Japan.
Indubbiamente il più significativo è il film thailandese, presentato, non a caso, anche al Festival di Cannes, vuoi perchè la realtà politica della Thailandia è sicuramente la più problematica, vuoi perchè ha puntato su autori importanti della cinematografia thailandese, che si sono posti il problema di guardare al futuro anche dal punto di vista del linguaggio. Aditha Assarat ha vinto premi in mezzo mondo sia con Wonderful Town che con Hi-So, Wisit Sasanatieng è uno dei numi tutelari della new wave thai, Chulayarnnon Siriphol è un videoartista apprezzato a livello mondiale e Apichatpong Weerasethakul, infine, è il più importante regista della storia thailandese e uno dei più grandi maestri della contemporaneità.
Quattro autori molto diversi, anche per età, quattro approcci differenti al tema, quattro linguaggi diversi, un unico scopo: raccontare le distonie del futuro, basandosi sulle limitazioni del pensiero e della libertà di azione nel presente. Raccontare un paese governato da una dittatura militare che ha messo un freno alla dissidenza e alla diversità di pensiero. Ognuno dei registi descrive il proprio paese secondo il proprio immaginario: scegliendo un registro realistico (Assarat e Weerasethakul) o fantastico ( Sasanatieng e Siriphol).

Assarat in Sunset mette in scena, con un delicato e significativo bianco e nero, il contrasto tra l’esigenza di libertà dell’artista e la sua negazione da parte dei militari, che esigono di oscurare, appunto, le fotografie di una mostra intitolata “Ho riso così forte che ho pianto”. Sasanatieng in Catopia racconta una bellissima fiaba allegorica in cui gli umani sono prede di uomini e donne-gatto.

Siriphol con un linguaggio da videarte coloratissimo e stralunato, presenta in Planetarium una realtà distopica, in cui una reggente in abiti militari e un monaco cibernetico esercitano il loro controllo sul popolo in una paranoia cyberpunk che ricorda l’immaginario di Sion Sono o di Shinya Tsukamoto.


Dopo questa fantasmagoria di colori e questa frenetica sovrapposizione di immagini, sarà l’episodio di Weerasethakul a mettere superbamente la parola fine, con The song of the city. Non è nella jungla, ma in una piazza anonima, che è in realtà un cantiere, dominata dal monumento equestre di un dittatore, che si aggirano alcuni personaggi (tutti interpretati da attori di suoi film precedenti e uno, il folk singer, interpretato dallo stesso regista), ciascuno con i suoi piccoli problemi.

Tra questi c’è un venditore di apparecchi per l’ossigeno, che dovrebbero servire per dormire meglio. Per dormire e per dimenticare l’esistente, ripulendosi i polmoni, ma per tornare poi durante il giorno a respirare la solita aria mefitica. Al di là del significato metaforico, ciò che colpisce in questo episodio è la forza incantatrice delle immagini, su cui Weerasethakul si sofferma con la sua abituale lentezza, costringendoti a riflettere su questo mondo che appare cristallizzato nella sua fissità e a riempire i vuoti che il regista volutamente dissemina nella narrazione.
C’è solo da augurarsi che questo film trovi dei canali di distribuzione perchè il pubblico possa (ri)conoscere autori che stanno segnando questi anni con uno stile originale e inimitabile.

Cristina Menegoll – MCmagazine 50

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Grâce à Dieu

François Ozon


Francia 2019 – 2h 17′

 BERLINO – Nella sua lunga e prolifica carriera François Ozon si è divertito a spaziare nei generi e nelle ambientazioni più diverse, dalla analisi psico-sociologica di Potiche, di Giovane e bella e di Una nuova amica fino allo storico Frantz e allo psicodramma di Doppio amore, per limitarsi ai più recenti. Al centro, sempre il tema del doppio, dello scambio di persona, della multipla identità, anche e soprattutto, sessuale.

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God Exists, Her Name is Petrunya

Teona Strugar Mitevska


Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija
Macedonia/Belgio/Slovenia/Croazia/Francia 2019 – 1h 40′

 BERLINO – A cominciare dal titolo, estremamente accattivante per non dire geniale, sembrava essere la rivelazione del festival il nuovo film della regista macedone Teona Strugar Mitevska, peraltro alla sua quarta partecipazione a Berlino. Anche qui, come nei precedenti, l’obiettivo è dare un’immagine non convenzionale del suo paese, appena uscito dal comunismo ma ancora in lotta per liberarsi dalle pastoie dell’autoritarismo, della discriminazione di genere, del clericalismo di ritorno.

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La paranza dei bambini

Claudio Giovannesi


Piranhas – La paranza dei bambini
Italia/Francia 2019 – 1h 51′

 BERLINO – Graziosamente beneficiario di un incongruo Orso d’argento per la migliore sceneggiatura (della serie qualcosa bisogna dargli ma non sappiamo cosa), Piranhas – La paranza dei bambini, unica presenza italiana a Berlino, è un modesto prodotto commerciale volto a sfruttare, anche e soprattutto a livello internazionale, la moda del genere Gomorra, Suburra e similari.

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A Tale of Three Sisters

Emin Alper


Kiz Kardesle

Turchia/Germania/Paesi Bassi/Grecia 2019 – 1h 48′

 BERLINO – Premio speciale della giuria a Venezia 2015 per il suo Frenzy, fosco ritratto distopico di una Istanbul periferica, in preda a forze oscure e sotto la minaccia del terrorismo, anche di stato, il regista turco Emin Alper si ripresenta con questo A Tale of Three Sisters e, a parte la comune a temporalità e unità di luogo e di azione, il film non potrebbe essere più diverso.

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