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Cosa dirà la gente

Iram Haq

Oslo. Nisha ha sedici anni e una doppia vita. In famiglia è una perfetta figlia di pachistani. Fuori casa è una normale ragazza norvegese. Quando però il padre la sorprende in casa di notte in compagnia del suo ragazzo i genitori e il fratello si organizzano per portarla, contro la sua volontà, in Pakistan affidandola a una zia. In un Paese che non ha mai conosciuto Nisha è costretta ad adattarsi alla cultura da cui provengono suo padre e sua madre. Un film potente, di una bellezza dolorosa e tormentata, un melò del quotidiano che ben inquadra lo stato di estraneità che vive chi ha cambiato Paese, cultura e radici.

 

 

 

 

What will people say (log kya kahenge)
Norvegia/Germania/Svezia 2018 – 1h 46′

Ci sono storie che si raccontano per il gusto di raccontarle. Altre che nascono con l’urgenza di colpire al cuore chi le ascolta. Altre che vivono di poesia, di incanto, di sogni. A volte come nel caso di Iram Haq e del suo Cosa dirà la gente, ancora prima di averla immaginata, la storia la si è vissuta di persona. Provando sulla propria pelle ogni sentimento: rabbia, dolore, incredulità. Anche la regista pakistana come la sua protagonista – la giovanissima Nisha, ben integrata nella società norvegese con amici, amici e speranze – è stata rapita da ragazza e rispedita dai familiari nel paese d’origine. Ha aspettato di conquistare la giusta distanza per condividerla con gli altri. «La storia di Cosa dirà la gente è la più personale alla quale io abbia mai lavorato. – ha raccontato Iram Haq – A quattordici anni sono stata rapita dai miei genitori e costretta a vivere per un anno e mezzo in Pakistan. Ho aspettato di sentirmi pronta come regista e come persona per raccontare questa vicenda in modo equilibrato, evitando di mostrare la protagonista solo come una vittima e i genitori solo come oppressori. Volevo raccontare una storia d’amore impossibile tra due genitori e la loro figlia, una storia che in tanti hanno vissuto e che ovviamente non avrà mai un lieto fine fino a quando il divario tra la cultura occidentale e quella musulmana continuerà a essere così profondo… È importante per me far sentire la voce delle donne, ho un senso di responsabilità nel dire alle donne che non dovrebbero aver paura, dovrebbero osare, farsi sentire, aiutarsi».
Quella giusta distanza è servita a Iram Haq – al suo secondo lungometraggio – per dipingere in modo convincente la doppia vita di Nisha. L’istinto di sopravvivenza che le permette di essere figlia modello a casa, in una famiglia tradizionale dominata da un padre che non si considera un padrone e convinto di avere tutto sotto controllo, e un’adolescente come tanti fuori casa, solo tormentata da una gestione degli orari più restrittiva di amici e amiche. Una vita sul filo di un delicato equilibrio, regole e dogmi da una parte, libertà e indipendenza dall’altra, con Nisha in mezzo che vuole mantenere buoni rapporti con i suoi e respirare la vita a pieni polmoni al pari dei suoi coetanei.
Un equilibrio vissuto con grazia e ottimismo ma che va in frantumi quando il padre la sorprende in camera con il suo ragazzo. Nisha scopre che i due mondi sono incompatibili. Saranno i suoi stessi genitori e il fratello a rapirla, destinazione la casa di alcuni parenti in Pakistan. Difendere l’onore della famiglia dal giudizio altrui, dalla cattiva reputazione (Cosa dirà la gente?, appunto) è un imperativo categorico. Un paese dove non è mai stata prima, di cui, in realtà, non conosce nulla se non usi e costumi che padre e madre si sono portati con loro in Occidente.
Sa bene di cosa parla la regista. Ha conosciuto di persona i limiti di entrambe le culture e le difficoltà di chi come lei sa che la realtà sfugge a regole e pregiudizi. «I media hanno spesso parlato di episodi simili a quelli che Nisha vive. – ha raccontato – Per quanto mi riguarda, ho voluto mostrare le cose da un punto di vista interno, le emozioni, il vissuto com’è percepito intimamente, senza fare un film in bianco e nero preconfezionato. La mia generazione è più disposta a condividere i propri sentimenti di quella precedente. È importante per me parlare apertamente di ciò che è tabù, di ciò che la società ci costringe a tacere, di far sentire la voce delle donne, di mostrare le cose per come sono, senza filtri, con il rischio di non piacere a qualcuno. Pensieri liberi, voci liberate, questa è stata la mia motivazione per il film. La causa delle donne mi affascina e sento di avere una responsabilità, quella di dire alle mie sorelle donne di non avere paura, di correre il rischio di parlare, di aiutarsi reciprocamente». E di preoccuparsi il meno possibile di quel che dirà la gente.

Stefania Ulivi – 27esimaora.corriere.it

Nisha è una sedicenne di famiglia pakistana che vive a Oslo. La sua vita è divisa tra la famiglia, nella quale si mostra rispettosa della tradizione islamica, e gli amici, con i quali vive con spensieratezza la propria adolescenza. La sua esistenza è però destinata a cambiare improvvisamente quando il padre la scopre in camera sua con un coetaneo norvegese. Decide di allontanarla da Oslo e di portarla in un piccolo paese del Pakistan per nascondere lo scandalo che il suo comportamento avrebbe procurato.
Realizzato a distanza di quattro anni dal buon film d’esordio (Jeg er din fu premiato a Toronto 2013 e scelto per rappresentare la Norvegia agli Oscar), il secondo lungometraggio di Iram Haq ne prosegue il discorso sull’inconciliabilità tra sentimento e tradizione culturale e la segnala come una delle voci più interessanti su un tema così attuale. Come nel precedente infatti, la protagonista è una donna norvegese-pakistana di seconda generazione (qui è un’adolescente, là una giovane madre single) che ha problemi sentimentali e con la propria famiglia d’origine. Ancor più di della protagonista del film del 2013 però, l’Io di Nisha è diviso tra due mondi profondamente diversi e incapaci di integrarsi. Una divisione che è all’origine di una grande sofferenza e che fa del film una sorta di “thriller esistenziale”.
Quello della giovane Nisha è infatti un vero e proprio itinerario esistenziale costruito come uno Stationendrama (dramma a tappe) di origini scandinave nel quale si distingue la puntuale scrittura di Haq. Cosa dirà la gente è diviso in quattro capitoli (o atti) aperti/chiusi da altrettante dissolvenze in nero che da un lato permettono all’autrice di suddividere ulteriormente il percorso della propria protagonista tra la Norvegia/Occidente e il Pakistan/Oriente, dall’altro di apprezzare la precisione con cui Haq padroneggia la struttura narrativa “a chiasmo”, costruendo un efficace sistema di contrapposizioni e rispecchiamenti interni, di echi e di riverberi. L’altro pregio della regista norvegese-pakistana sta nella sua capacità di dirigere gli attori, dove mette al servizio del film il suo passato di attrice. Qualità infusa a tutti gli interpreti, ma che trova il proprio apice nell’ottima performance dei due protagonisti. Tanto che appare ineccepibile il premio assegnato a Maria Mohzdah come “miglior interprete femminile” del concorso del Bari International Film Festival 2018.

Francesco Crispino – saledellacomunita.it

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