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Human Flow

Ai Weiwei

 

 

Il fenomeno globale e globalizzato delle migrazioni nel film dell’artista cinese Ai Weiwei.

 

 

 

 

Germania/Usa 2017 – 2h 20′

…Uno straordinario e attuale identikit. Il regista cinese, esule tedesco, a volte presente nelle riprese, visita i 70 muri eretti dopo il crollo di quello famoso, omaggia i 5.000 annegati nel Mare Nostrum e compone con la telecamera portatile e con bellissime immagini di natura tradita e le introduzioni poetiche, un requiem, una Odissea che ci riguarda tutti.

Maurizio Porro – Il Corriere della sera

…L‘artista cinese Ai Weiwei percorre tutti i teatri globali delle crisi contemporanee. Il titolo fa riferimento ai milioni di profughi dislocati dalle guerre, la fame, i cambiamenti climatici, la ricerca di un futuro. Ma il suo film li considera proprio come un flusso umano informe: senza distinzioni, specificità, vago e ridotto a un brulicare di formiche come nelle «eleganti» immagini senz’anima riprese dai droni che li sorvolano.

Giovanna Branca – Il Manifesto

Una fiumana di gente – oltre 65 milioni di individui – si muove in massa attraverso la terra e il mare, un esodo collettivo di proporzioni bibliche paragonabile (nella memoria recente) solo alla diaspora avvenuta dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che allontana dalle loro radici e culture di origine intere popolazioni in fuga da conflitti, carestie, calamità naturali, povertà e persecuzioni. Questo racconta Human Flow (“flusso umano”, appunto) attraverso la testimonianza diretta di Ai Weiwei, l’artista cinese attivista per i diritti umani e ambasciatore di Amnesty International, che applica la propria sensibilità pittorica ai grandi scenari del presente. Dal lato contenutistico, quel che colpisce è infatti la magnitudo del fenomeno, descritta sia in termini numerici che attraverso inquadrature gigantesche, spesso filmate dall’alto, in cui i campi profughi e le colonne di migranti appaiono in tutta la loro immensità, ed allo stesso tempo in tutta la loro dimensione entomologica (…)

Il documentario di Weiwei testimonia il senso di smarrimento che accomuna la moltitudine di quelli che definisce i “dislocati” piuttosto che i migranti, mettendo poi l’accento sulla mancanza di (umana) accoglienza loro riservata da un mondo che, invece di creare più corridoi umanitari, alza steccati ed erige sempre nuove barriere, creando confini moltiplicatisi esponenzialmente rispetto all’epoca della caduta del muro di Berlino. Il regista sceglie di non mostrare l’impatto di questi esodi collettivi sui Paesi di arrivo per ribadire la migrazione come diritto umano ricordando, come fa una profuga nel documentario, che “nessuno affronterebbe la fatica e il trauma della fuga dalla propria terra se non nella speranza di raggiungere una qualche forma di salvezza”.
Human Flow descrive un universo di totale incertezza e di globale impermanenza nel quale conviviamo tutti sempre più faticosamente, e chiede di non abbandonare l’empatia che ci rende (ancora) umani, ricordando che i principi enunciati dalle Nazioni Unite, all’inizio di questo secolo, erano “dignità, libertà, eguaglianza e solidarietà.

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