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Insyriated

Philippe Van Leeuw

Damasco, Siria. Intrappolata dentro la sua casa in una città sotto assedio, Oum Yazan, madre di tre figli, ha trasformato il proprio appartamento in un porto sicuro per la sua famiglia e per i vicini di casa, cercando di proteggerli dalla guerra. Ben presto, però, le bombe minacciano di distruggere l’edificio, i cecchini trasformano i cortili in zone letali e i ladri irrompono per saccheggiare. Mantenere il delicato equilibrio della routine all’interno delle mura diventa così in una questione di vita o di morte.
Impeccabile quanto programmatico,
Insyriated racconta non una vicenda, ma uno stato d’animo drammatico di quanto avviene a soli pochi chilometri dalle nostre case scuotendo la nostra coscienza civile con un crescendo di tensione che ci rende partecipi e solidali.

 

BERLINO: PREMIO DEL PUBBLICO – SEZIONE PANORAMA
EUROPA CINEMAS LABEL AWARD

Belgio/Francia 2017 – 1h 43′

…Il titolo, Insyriated, è un gioco di parole, potremmo tradurlo ‘bloccati in Siria’ ed è effettivamente un raro film che porta sugli schermi la tragedia di chi vive in quel disgraziato paese, barricato in casa per proteggersi da entrambi i lati della guerra civile. Il regista, Philippe Van Leeuw, è belga; il cast è multietnico e di lingua araba, capeggiato da due attrici superbe, la giovane libanese Diamand Abou Abboud e la veterana palestinese (di passaporto israeliano) Hiam Abbass (…). Il film è stato girato a Beirut, ma per quello che si vede si sarebbe potuto realizzarlo anche in teatro a Cinecittà: la trama copre l’arco di una giornata e si svolge interamente nell’appartamento di un palazzo che si intuisce diroccato, dove si sono asserragliate due famiglie che si aiutano a superare la drammatica quotidianità della guerra. (…) La colonna sonora è fatta di dialoghi, spari, bombe e un ripetuto, furioso bussare alla porta da parte di miliziani ignoti decisi a penetrare nella casa. La giornata inizia con una tragedia, ha un crescendo di tensione quasi insostenibile ma riesce, nel finale, a tirare paradossalmente il flato. Un grande film …

Alberto Crespi – L’Unità

Girato tutto all’interno delle camere dell’appartamento (unico contatto con il mondo esterno è il balcone che affaccia sul cortile) il film si svolge nell’arco temporale di 24 ore. Il regista schiva qualsiasi forma di voyeurismo nel raccontare la violenza. Tutto passa dal suono: dal rumore terribile delle bombe. Sottraendo il nostro sguardo all’orrore della guerra e mostrandoci Damasco solo attraverso le pesanti tende della finestra il regista ci regala un film memorabile sul conflitto in Siria. E mentre su tutto incombe la minaccia di morte ci ritrae degli splendidi ruoli femminili, che affrontano questa tragedia dei giorni nostri con forza e coraggio.

Giulia Lucchini – cinematografo.it

Damasco assediata dalla guerra infinita è il soggetto di questo film ambientato tutto in un appartamento che la padrona di casa non vuole lasciare a nessun costo. La sua è l’ultima famiglia a vivere nel palazzo distrutto e saccheggiato. Una famiglia borghese e colta, con le pareti tappezzate di libri e i rituali quotidiani che devono essere svolti con consuetudine a dispetto della guerra, dell’acqua che manca, del cibo che scarseggia, della polvere che invade tutto. Una tenda leggera che copre una vetrata è la cortina fragile che separa l’appartamento dai bombardamenti, due sbarre alla porta di ingresso fanno da barriera. Di fronte a quelle tende il nonno osserva quello che succede fuori con sguardo distaccato, la piccola domestica immigrata inizia i suoi lavori in cucina, i numerosi nipoti cercano di vivere la vita da ragazzi anche se intrappolati nell’appartamento, le adolescenti con le loro occupazioni e i primi amori che sbocciano a dispetto delle bombe, il piccolo con i suoi giochi. Ma ci sono anche altri ospiti, quelli del piano di sopra che è andato completamente distrutto, una giovane mamma (l’attrice libanese Diamond Bven Abboud) con il suo neonato e il marito che hanno già in programma la sera stessa di lasciare il paese e raggiungere il Libano. Si percepiscono forti le assenze, quella del padrone di casa che è un medico e forse combatte ed è rimasto bloccato sulla via del ritorno a casa e quella del giovane marito che esce per andare a rilasciare un’intervista che ha promesso di fare. Ma dopo pochi passi è intercettato da un cecchino e cade tra i rifiuti del cortile. Lo ha visto la domestica ma la padrona le ordina di non dirlo a nessuno, nemmeno alla moglie: non si può scendere in strada per non diventare facili bersagli.
Interpreta la padrona di casa con la sua espressione più drammatica l’attrice palestinese Hiam Abbas (La sposa siriana, Il giardino di limoni, Blade Runner 2049): «la guerra finirà presto», rassicura il figlio piccolo, mentre le notizie fortunosamente captate al computer dicono che ormai la città è sotto assedio e tutto è fuori controllo.
Come in un incubo ricorrente qualcuno cerca di forzare la porta già sbarrata e riesce a entrare dalla veranda. Il panico è tenuto sotto controllo dalla padrona di casa che riesce a far restare tutti in cucina, in silenzio. Resta fuori dalla porta solo la giovane mamma facile preda degli assalitori, sciacalli alla ri cerca di oggetti di valore da portar via, che la credono la sola inquilina dell’appartamento.
Il film è strutturato per far vivere allo spettatore occidentale così abituato ai film di guerra, ai notiziari televisivi, così invulnerabile nel consumare azioni belliche, un’esperienza non in prima linea, una vicenda di vita comune, nel ristretto perimetro di un luogo che dovrebbe essere inviolabile e sicuro. Il senso di placida sicurezza è violata.Virginie Surdej alla fotografia produce nell’appartamento, una penombra, unica luce smorzata protettrice che dà conforto e normalità nel consueto percorso delle stanze utilizzato durante la giornata che poi si restringono sempre di più per contenere tutti quanti in un unico luogo come dentro a un rifugio. Damasco non si vede, si percepiscono soltanto i boati dei bombardamenti, i colpi dei cecchini, il silenzio minaccioso al di là di quelle leggere tende dai colori tenui che per anni avevano fatto da involucro sicuro alla pace domestica. Il film racconta non una vicenda, ma uno stato d’animo drammatico, a cui partecipare, di quanto avviene a soli pochi chilometri dalle nostre case, concentrato sulla forza delle donne che riescono a mantenere comunque unita la famiglia, eroiche nell’affrontare situazioni al limite. L’unico elemento realistico è forse il vecchio professore, il nonno che osserva il disastro fuori dalle vetrate, unico compagno il fumo della sigaretta e i ricordi. Forse in quella casa non è rimasto più nessuno.

Silvana Silvestri – Il Manifesto – ALIAS

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