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The Whispering Star

Sion Sono

L’umanità si è ridotta drasticamente, l’80% della popolazione è composta da robot e gli umani sono una specie in via d’estinzione. Machine ID 722 è un’androide, a bordo della Rental Spaceship Z. Con il computer di bordo viaggia da un sistema solare all’altro, consegnando pacchi agli umani: un cappello, una matita, vestiti. Per il suo lavoro raggiunge tanti pianeti, città e spiagge desolate. Non capisce perché gli uomini non scelgano il teletrasporto, come se ricevere materialmente gli oggetti facesse battere il loro cuore. A Whispering Star, la stella dei sussurri, ogni rumore superiore a 30 decibel può uccidere gli abitanti. Yoko cerca in punta di piedi l’indirizzo della destinataria.

 

 

Hiso hiso boshi
Giappone 2015 – 1h 40′

Sono ormai trascorse ere geologiche da quando Sion Sono ha coraggiosamente deciso di abbandonare (senza tuttavia mai rinnegare) le proprie origini piratesche con l’intento d’inseguire una poetica fra le più schizofreniche e al contempo coerenti che si siano mai viste, una carriera vissuta pericolosamente fra spiccato ecclettismo (Suicide Club, Stange Circus) e lucido lirismo (Love Exposure, Gulty of Romance). Ed è proprio con The Whispering Star che il regista nipponico sembra aver finalmente trovato la perfetta quadratura del cerchio, consegnandoci un autentico oggetto filmico non ben identificato capace di far dialogare con grande raffinatezza la fantascienza poetica di Kubrick e Tarkovskij con l’esistenzialismo lirico di Malick, lavorando in sottrazione secondo il modello crepuscolare di Ozu per dar vita al primissimo esperimento targato Sion Production. Sfruttando le ambientazioni post-apocalittiche e gli abitanti superstiti della prefettura di Fukushima – già sullo sfondo di Himizu e The Land of HopeThe Whispering Star ci proietta in un lontano futuro in cui le intelligenze artificiali proliferano ormai in tutto l’universo, mentre l’umanità si è ridotta a un nugolo di comunità sparse sui diversi pianeti in attesa dell’inevitabile estinzione.
Tocca dunque all’androide ID 722 Yoko Suzuki (Megumi Kagurazaka, moglie e musa del regista impegnata in una straordinaria performance praticamente in solitaria) imbarcarsi in un viaggio di anni e anni a bordo di un’astronave modellata come una tipica minka giapponese, recapitando pacchi ai pochi uomini e donne residenti sui vari corpi celesti, con l’unica compagnia di un computer di bordo simile a una radio anni ’40 e un registratore a bobine al quale affidare le proprie memorie e riflessioni sul senso dell’esistenza. Un’opera dominata dalla contemplazione dell’assenza e del silenzio che gioca tutto sulla reiterazione dei più semplici gesti del quotidiano, una pellicola nella quale l’unica vera forma di comunicazione consiste in un sussurro non superiore ai 30 decibel, simbolo di un’umanità oramai condannata ad affievolirsi come la fiamma di una candela. La parola viene epurata da qualunque significato semantico attraverso la ripetizione ossessiva di termini tecnici relativi a rotte astrali e brevi dialoghi surreali fra l’androide e i pochi residui umani che sembrano essersi votati a un rassegnato ascetismo, lo stesso scelto dal regista per plasmare narrativamente ed esteticamente la propria opera.


Si tratta di un’umanità residuale che ha scelto di rinunciare al teletrasporto per affidarsi a un antico metodo di recapito in prima persona che pare illusoriamente conservare un barlume di calore, anche se a gestirlo è un essere sintetico che emula senza comprendere mai fino in fondo l’essenza della razza che l’ha creata. Tempi dilatati all’estremo, uso di una fotografia virata in seppia dall’effetto anacronistico, movimenti di macchina cartesiani, una durata complessiva al di sotto delle due ore (una vera rarità per un cinema-fiume come quello di Sono) rendono The Whispering Star un piccolo gioiello da collocare a gran merito nel filone della nuova fantascienza filosofico-esistenzialista inaugurata da Interstellar e definitivamente suggellata da Arrival, un’esperienza ricca di suggestioni che si coagulano splendidamente nell’evocativo epilogo interamente dedicato a quello spettacolo di ombre che proprio nella lontana Asia trovò i suoi natali prima di far scaturire la scintilla fascinatoria del cinema.

Matteo Vergani – nocturno.it

 

Sempre spiazzante Sion Sono. Capace di attraversare le mirabolanti incursioni cinefile di Why don’t you play in hell? e poi rallentare i ritmi e le immagini in un bianco e nero tarkovskiano che culla lo sguardo davanti alle rovine di un’umanità desertificata, senza suoni ed esseri viventi. Come appunto in quest’ultimo The Whispering Star, scifi movie che prende spunto una volta ancora dal disastro di Fukushima, con commossa dedica iniziale ai suoi abitanti. Nel futuro immaginato dal regista giapponese l’umanità è stata quasi completamente soppiantata dalle macchine. Rimane attivo un servizio postale che viaggia nello spazio e passa di pianeta in pianeta per recapitare ai pochi superstiti semplici oggetti di un passato perduto: una fotografia, un bicchiere, un cappello, un frammento di pellicola. In questi viaggi lungo galassie stellate troviamo astronavi vintage dalla forma di abitazioni con dentro rubinetti e robot dalle fattezze umane. Loro registrano quotidianamente le loro giornate come se scrivessero un diario privato da lasciare ai posteri e forse sognano davvero di provare sentimenti e diventare come la razza in via d’estinzione a cui recapitano questi regali misteriosi. C’è ancora possibilità di recuperare un contatto umano oltre l’abisso dell’apocalisse? E se fossero gli stessi robot ad aiutarci a ritrovare un filo di emozione? La disperazione che permea questa poetica incursione nella fantascienza trova alla fine del tunnel la possibilità di riscattarsi nella bellezza di un ultimo avamposto di umanità, dominato da ombre che si muovono dietro un separé.
Ancora una volta si sorvola su un paesaggio che tocca disperazione e speranza. Sion Sono guarda un po’ a Solaris e un po’ a Blade Runner, ma si preoccupa soprattutto di sospendere il tempo in frammenti che annullano la progressione per ritornare ciclicamente sugli stessi dettagli, inquadrature, spazi. Lontano da ogni inclinazione allo spettacolo. Su schermo nero i cartelli stanno a indicare lo scorrere delle giornate in una quotidianità immutabile e il mondo/set diventa materia e magia con cui reinventare la comunicazione visiva e tattile. Ma non è semplice abitare questo controllo delle immagini e delle forme. È strano, ma di fronte a tanto splendore alla lunga il cinema sembra lasciare i sentimenti fuori dalla porta e incatenarsi in una dilatazione del ritmo e in un perfezionismo formale che ruba l’occhio ma non coinvolge l’anima (…)  Suggestivo ma allo stesso lontano e ignoto come un meteorite, The Whispering Star è talmente intriso di solitudine e alienazione da seguire una rotta tutta “sua”, quasi impenetrabile. Solitaria.

Carlo Valeri – sentieriselvaggi.it

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