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Chris the Swiss

Anja Kofmel

Croazia, 7 gennaio 1992: nel pieno della guerra viene trovato il cadavere di un giovane giornalista svizzero, vestito con l’uniforme di una milizia paramilitare internazionale. 20 anni dopo sua cugina Anja Kofmel indaga sulla sua storia usando gli strumenti della sua arte, l’animazione, e riuscendo a sposarla perfettamente con la cruda realtà in un intenso documentario-inchiesta.


Svizzera 2018 – 1h 30′

 

Anni fa fece scalpore il film d’animazione Valzer con Bashir che raccontava del massacro di Sabra e Shatila, che dai disegni dalla grafica abbastanza stilizzata, concludeva con le vere immagini, oscene, di quell’eccidio. Chris the Swiss – presentato alla Semaine de la Critique a Cannes 2018 –, pur nelle diversissime circostanze, approda a un’analoga alternanza-contrasto di animazione e immagini estremamente cruente. Ne è autrice Anja Kofmel, diplomata in cinema d’animazione e arti decorative, che mette la propria arte al servizio di una ricerca personale, l’indagine sulle circostanze della morte di suo cugino, inviato nel teatro di guerra della ex-Jugoslavia. Morte che risultava oscura in quanto il cadavere venne trovato con indosso la divisa di una formazione paramilitare composta da combattenti stranieri.
Chris the Swiss è la documentazione di una ricerca, di un viaggio dell’autrice alla ricerca di un doloroso segreto della sua famiglia, ma anche un’indagine nel rimosso di una delle pagine più drammatiche della storia recente, sulla quale forse non ci è ancora stato raccontato tutto. Il doppio registro animazione/documentario di interviste e immagini di repertorio segue uno schema apparentemente semplice, riservando alla prima la ricostruzione dei fatti, o una possibile ricostruzione, mista a immagini oniriche, e alla seconda l’indagine, l’inchiesta, ciò che è certo e documentabile con riprese dal vivo, nuove o d’archivio. Come si vede nel film stesso, durante il suo viaggio d’indagine, Anja Kofmel faceva disegni, ritratti che poi sono diventati la parte animata del film. La continua rincorsa tra grafica e fotografia, disegno e realtà, è enunciata dalla stessa voce off dell’autrice che, all’inizio, rivela il rimpianto di non essere riuscita a dare i suoi disegni al cugino.


Chris the Swiss è prima di tutto una caduta negli abissi della coscienza, uno spaesamento morale, a fronte di ciò che Anja ha scoperto, e che scopriamo con lei. Spaesamento simboleggiato dall’immagine stilizzata delle onde dell’inizio del film. Che non lesinerà veri e propri pugni nello stomaco, a partire dal cadavere stesso del cugino nella camera mortuaria e dalle immagini delle fosse comuni in Croazia. I disegni sono abbastanza stilizzati con un’estetica da acquarello, in bianco e nero, e con i contorni molto spessi, da carboncino. Frequentemente ricorre a immagini che creano una sorta di impazzimento delle sagome, dei contorni, creature-ombra dai bordi che si infrangono, personaggi che assumono la consistenza di sciami di api dai margini instabili, nuvole, sempre come sciami, nere che incombono sulla città. Sono come i corvi di van Gogh, presagi inquietanti dell’immane tragedia. Attraverso interviste a giornalisti, il film ripercorre la storia delle guerre civili balcaniche, comprendendone le motivazioni sotterranee, a partire da quel conflitto che è riemerso tra ustascia filonazisti e serbi, che si è manifestato nella riproposizione degli originali simboli e stemmi. Lo raccontava anche Kusturica in Underground, quando, dopo la fuoruscita dal rifugio, Nero continua a esclamare: “Porci fascisti figli di troia!”. Ma emerge dall’inchiesta del film, anche il coinvolgimento dell’Opus Dei nella guerra, dei cattolici ultraconservatori preoccupati per la Croazia in quanto confine della cristianità.
La tessitura visiva del film è impreziosita dalle soluzioni varie di raccordo tra animazione e vita reale. Anja mentre disegna le sue tavole che poi prenderanno vita come immagini in movimento, il treno vero che diventa treno disegnato, il grigio del finestrino coperto di condensa che ha la stessa consistenza grafica dei disegni. Tra la realtà e l’incubo il passo è breve. Ma il vero raccordo del film è quello perseguito tra Anja stessa e il cugino Chris. Se le circostanze della sua morte sono a grandi linee chiarite, l’obiettivo del progetto in realtà si rivela un altro. Quello dell’immedesimazione – chiarissima nel passaggio dalla voce off in prima persona della regista, per buona parte del film, a quella, sempre in prima persona, del cugino, evidentemente ricostruita –, della comprensione di ciò che gli è passato per la testa e lo ha indotto a compiere le sue scelte.

Giampiero Raganelli – quinlan.it

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