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La belle époque

Nicolas Bedos

Victor (Daniel Auteuil) è un uomo all’antica che odia il presente digitale. Quando un eccentrico imprenditore, grazie all’uso di scenografie cinematografiche, comparse e un po’ di trucchi di scena, gli propone di rivivere il giorno più bello della sua vita, Victor non ha dubbi: sceglie di tornare a Lione il 16 maggio del 1974, quando ha incontrato Marianne (Fanny Ardant), la donna della sua vita con la quale sta vivendo un momento di crisi. Una commedia sul tempo, sentimentale e nostalgica, fin troppo accattivante, ma abbastanza malinconica e sempre divertente.

Francia 2019 (115′)

  Il regista Nicolas Bedos muove dal rimpianto per delineare i contorni de La belle époque, pellicola incentrata sul racconto di una storia d’amore tormentata e non riconciliata. Dopo aver messo in scena se stesso e la sua co-sceneggiatrice e compagna di vita Doria Teller in Un amore sopra le righe (2017), con risultati decisamente inferiori, Bedos in questo caso compie uno scarto anagrafico e qualitativo in avanti lavorando con due attori di assoluto rilievo del cinema francese: pedine significative nella costruzione di un film sentimentale baciato dalla grazia, dal languore del ricordo e da una malinconia dai contorni fluidi e stimolanti, tutt’altro che ammiccante e di facciata. L’andamento narrativo è sicuramente qua e là altalenante, ma la sincerità di scrittura e di regia sono indubitabili così come l’eccellente prova dei due interpreti, che aggiungono due personaggi sfaccettati alla loro nient’affatto trascurabile galleria di personaggi di assoluto rilievo. Da segnalare anche uno sguardo tutt’altro che ottuso e miope sul passato, grazie al quale la nostalgia si fa veicolo di un’efficace alternanza tra realtà e finzione. Sostenuta, per di più, dalla forza generosa dell’immaginazione….

longtake.it

 …Tutto filerebbe liscio dentro una specie di attrezzatissima Cinecittà parigina se non fosse che l’attrice principale di Antoine è anche la sua fidanzata, Margot (Doria Tillier), che mal sopporta i tradimenti ma soprattutto l’egoismo del suo uomo. Così ogni tanto se ne va, ogni tanto usa i micro-auricolari con cui riceve le battute per esternargli le proprie rabbie, ogni tanto medita di mandare a carte quarantotto le rappresentazioni (che naturalmente sono profumatamente pagate dai committenti). Un giorno, il figlio Maxime (Michaël Cohen) decide di regalare al padre Victor (Daniel Auteuil) un «viaggio nel tempo» e il genitore, che è un disegnatore di fumetti depresso e sconfortato, licenziato dal giornale per cui lavorava e sbattuto fuori casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant, immensa) decide senza molto entusiasmo di provare quell’esperienza. E cosa chiede di rivivere? Il 16 maggio 1974, il giorno in cui incontrò per la prima volta Marianne e se ne innamorò.
(…) La ricostruzione è perfetta, tutto si svolge come voleva Victor (che aveva dato agli organizzatori una serie di disegni cui ispirarsi) ma proprio perché le cose vanno bene – pur con gli inevitabili, e divertenti, problemi connessi – lui vuole continuare l’esperienza anche nei giorni a venire. Spinto anche dal fatto che si sta innamorando della finta Marianne (cioè di Margot), confondendo non si sa quanto volontariamente finzione e verità. A questo punto gli elementi per mescolare i piani del racconto ci sono tutti e la sceneggiatura del regista Nicolas Bedos ci si butta a capofitto: Antoine diventa geloso di Victor (che lo sta pagando proprio per ritrovare la gioia del suo primo innamoramento), Muriel usa le scene e le battute che recita per far ingelosire Antoine, Victor dimentica di essere dentro una gigantesca finzione e inizia a prendere tutto per vero. E Marianne, dopo i primi entusiasmi, comincia a riflettere sulle sue decisioni, anche perché l’amante (Denis Podalydès) sembra avere gli stessi difetti del suo ex marito. E per di più russa.


Il gioco degli equivoci, degli scambi e degli «errori» diventa sempre più vertiginoso. I personaggi accompagnano lo spettatore dentro e fuori dalla finzione, a volte sfidando la verisimiglianza, mentre un dialogo scoppiettante non perde occasione per allungare un’unghiata: su chi era di sinistra e si è ritrovato a votare Sarkozy, su chi si sforza di essere à la page ad ogni costo, sul decadimento della psicoanalisi, sulle confusioni di oggi e le certezze di ieri «quando c’erano i ricchi e i poveri, la destra e la sinistra, difendevamo gli immigrati senza preoccuparci dell’economia e la gente parlava a tavola senza guardare nei telefoni». Ma il passo in più del film è il continuo spostamento da un ruolo all’altro, mentre battute e gag innescano sorprendenti cortocircuiti. Fino a una fine che lascia la voglia di continuare a giocare.

Paolo Mereghetti – corriere.it

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