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Les misérables

Ladj Ly


Francia 2019  (100′)

 CANNES – È intitolata a Victor Hugo, massimo scrittore francese e autore de I Miserabili, l’arteria principale di Montfermeil, una delle tante periferie (banlieu) che circondano Parigi. Giocando sul fatto che appunto lì si svolgeva una parte importante del romanzo, l’esordiente regista francese Ladj Ly, originario del Mali ma nato e cresciuto nel quartiere, vi ambienta il suo film, Les Misérables appunto, in concorso.


   La tesi è evidente (e anche un po’ semplicistica volendo). Nulla è cambiato da due secoli a questa parte; a Montfermeil abitano ancora gli ultimi, i diseredati, rappresentati adesso dagli immigrati magrebini e africani, la cui integrazione nella società francese sembra ben lontana se non impossibile.
E si che il film si era aperto sulle immagini semi documentarie della parata trionfale della nazionale francese dopo la vittoria nel campionato del mondo della 2018 in Russia. Li, sugli Champs Elysees, tra la folla avevano sciamato anche i ragazzi delle periferie; per un giorno, avvolti nelle bandiere, al canto della Marsigliese, anche loro avevano potuto sentirsi francesi. Ma la realtà a cui dovranno tornare è molto diversa. Montfermeil è ancora oggi un ghetto, un girone infernale dove tutti, compresa la polizia, agiscono al limite o al di fuori della legge.
L’espediente narrativo usato dal regista è semplice. Stéphane, poliziotto appena trasferito per stare vicino al figlio, viene affidato per un primo pattugliamento ad una coppia di grande esperienza, costituita da Chris, agente senza scrupoli disposto a tutto pur di mantenere una parvenza di legalità, e dal suo braccio destro, il nero Gwada. È come un rito di presentazione alla gerarchia (criminale) del quartiere. Ed ecco il capo riconosciuto che si incarica di mantenere l’ordine tra le varie fazioni dedite allo spaccio o alla prostituzione, ironicamente chiamato il “Sindaco“, ecco l’iman in fama di santità a capo di una cellula dei Fratelli Musulmani, ecco gli zingari, ecco le bande di ragazzini e ragazzine, divisi per sesso ed età. Tutti si dedicano ai loro traffici, più o meno legali, badando a non pestarsi i piedi; i poliziotti stanno al gioco, fingono cordialità, coltivano i loro informatori. Così la banlieu, e tutta la Parigi degli immigrati, sembra dirci Ly, è come una bomba a tempo, pronta a scoppiare in qualsiasi momento… (cosa che d’altronde è già successa in parte nel 2005).


Fin qui il film è un po’ schematico, illustrativo, e d’altra parte il regista era già autore di un documentario proprio sullo stesso soggetto. Ma scoppia la scintilla: un gruppo di ragazzi, capitanato dallo scaltro Issa, ruba (rapisce?) un cucciolo di leone dal piccolo circo gestito dagli zingari, i quali ricorrono al Sindaco minacciando di fare una strage. Coinvolti, i tre poliziotti tentano di recuperare l’animale, se non che, durante l’inseguimento, a Gwada scoppia un candelotto che quasi toglie un occhio al ragazzo Issa. Ma, quel che è peggio, la scena viene ripresa da un drone che un altro adolescente aveva finora guidato dal tetto dei falansteri, solo per spiare le ragazze. Di fronte alla ipotesi che le immagini vengano messe in rete, questa volta sono Chris e i suoi a perdere quasi la testa. E sarà un tutti contro tutti di cacce, scontri, inseguimenti, tentativi di mediazione falliti tra gli adulti. Alla fine il confronto, sulle scale e nei sotterranei di un palazzone abbandonato, sarà tra i tre agenti e i giovani banliosard decisi a vendicare l’amico.

E sembra proprio lo scontro finale tra la Francia ufficiale e il popolo degli esclusi che mai (nonostante la illusoria scena iniziale) mai riusciranno a trasformarsi in cittadini. Non ci sono buoni e cattivi, tutti sono vittime e attori di un meccanismo che non sembra avere vie d’uscita.
Benissimo scritto e girato, Les Misérables non ha certo demeritato il (mezzo)premio per la miglior regia.
A volte, anche a causa del commento musicale, si sfiora un po’ il ritmo sincopato da serie televisiva americana, ma il film tiene, poi la storia si aggroviglia e il finale è un pezzo di cinema forse mai visto.
In effetti non dice molto di nuovo rispetto ad altri prodotti del genere (impossibile non pensare a La haine di Kossovitz) ma lo fa con un ritmo e una energia straordinaria.
Alla fine, sullo schermo nero, appare una citazione da Victor Hugo: “Non esistono erbe o uomini cattivi, ma solo cattivi coltivatori “. C’è qualcuno che non è d’accordo?

Giovanni Martini – MCmagazine 51

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