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Partner

Bernardo Bertolucci

Giacobbe (Pierre Clèmenti), insegnante di teatro francese, vede la propria vita sconvolta dalla comparsa improvvisa di un sosia con il suo stesso nome. Giacobbe è sperduto e si ritrova, suo malgrado, coinvolto in azioni violente come la creazioni di bombe molotov o l’esecuzione di efferati omicidi. Nemmeno l’amore della bella Clara (Stefania Sandrelli) riesce a tranquillizzare un Giacobbe progressivamente sull’orlo della schizofrenia. La spinta sociale verso la finzione e la realtà d’una rivolta storica.

 

Italia 1968 – 1h 47′


L
ibera rivisitazione in chiave moderna de Il sosia di Dostoevskij, adattata dal regista e da Gianni Amico. Uno dei film più sperimentali e al contempo meno risolti della prima fase produttiva di Bertolucci, appesantito da un impianto ideologico che oggi appare tanto pretestuoso e gratuito quanto datato e da echi di teatro d’avanguardia che suscitano una curiosità tutto sommato modesta e effimera. Il regista riflette sulle contraddizioni insolute dell’essere intellettuale e di una generazione ansiosa di dimostrare il proprio valore contemporaneamente impaurita e frenata dalle proprie fragilità, ma a sua volta partorisce un prodotto confuso e amorfo, indeciso su tutto, fin troppo teorico e alla lunga sterile e ombelicale. Le curiose scenografie portano la firma del fumettista e disegnatore Francesco Tullio Altan.

longtake.it

Sulla scia della sua personale poetica dedicata all’esplorazione del rapporto individuo e società, nella sua evoluzione nello spazio e nel tempo, Bernardo Bertolucci dopo una fase dedicata al documentario (La via del petrolio del 1965 e Il Canale del 1967) ritorna ad occuparsi dei suoi personaggi individualisti dai grandi sogni firmando Partner, film il cui soggetto prende spunto da Il sosia di Dostoevskij. Quasi richiamando gli echi di Prima della rivoluzione per completare un discorso e aprirne ancora un altro, Partner esce nel 1968, non certo un anno qualsiasi: il tempo del film infatti coincide perfettamente con l’epoca che lo rende noto al pubblico, passando per la 33° Mostra del Cinema di Venezia e per la Quinzaine des Rèalisateurs del 22° Festival di Cannes.
“Il nostro eroe” citando Doestoevskij, è Giacobbe nelle sue due maschere/facce: uno è il ragazzo perbene e borghese, che insegna all’accademia d’arte drammatica e che trova rifugio e risposte in una stanza colma di libri conquistati e sudati, e l’altro è il Giacobbe poeticamente maledetto, cinico e scaltro. Il primo è tutta teoria e sogni, l’altro è pura azione trovando nell’altro un partner perfetto. Giacobbe e il suo sosia vivono in attesa che cominci “lo spettacolo”, quel teatro rivoluzionario del ’68 i cui fermenti si respirano per tutto il film. Il rosso e il blu della bandiera vietnamita ricoprono l’intero spazio del film a cominciare dai titolo di testa, i libri che offrono frasi incitanti e ad effetto e che inghiottono la stanza di Giacobbe, le domande sul ruolo dell’arte nella sua forma teatrale ma anche cinematografica e poi la lotta dell’individuo sempre sospeso nell’amletica domanda dell’essere o non essere.
Partner è un film definito come “malato” dallo stesso Bertolucci che guarda ai fermenti politici e sociali di un movimento anticapitalista e antiborghese che voleva cambiare il mondo, e ne parla partendo da una condizione individuale ben conosciuta dal regista essendo quella di un intellettuale. Per farlo frammenta Giacobbe nel suo Es ed Io servendosi del linguaggio dell’inconscio, un elemento fondamentale nella lettura del film che lo stesso Bertolucci infatti sottolinea in un intervista del ’75: “Nessuno di noi, credo, aveva raggiunto un rapporto sereno con il proprio inconscio, allora”. Il film infatti esce proprio nel ’68 e in un certo senso raccoglie e documenta le idee e le aspettative che nutrivano gli intellettuali, combattuti nel corpo e nella mente quanto i giovani studenti se nel crederci o meno alle promesse di questo spettacolo. Non è un caso che Bertolucci faccia citare a Giacobbe, uno straordinario Pierre Clémenti, i fondamenti del Teatro della Crudeltà di Artaud che scrisse anche il suo Il teatro e il suo doppio. La rivoluzione infatti è spesso accostata alla parola teatro, che nel senso artaudiano assume la connotazione di sconvolgimento e verità ed è quello che vuole il “Giacobbe pensiero”, ma essendo appunto un doppio, l’altro significato assunto dalla parola teatro accostata alla rivoluzione è la mera farsa per cui i ragazzi resteranno attori senza spiccare il volo, combattuti quanto il loro maestro Giacobbe tra conformismo e ribellione. Quest’immagine di spaesamento è ben chiara non solo nel doppio monologo finale tra Giacobbe e il suo sosia, ma anche in quella che vede i ragazzi della compagnia teatrale di Giacobbe restare seduti e immobili sulle rovine romane.
Dostoevskij e il suo Sosia offrono una materia cartacea molto allettante soprattutto per quanto riguarda la delineazione dei dialoghi e della tematica più individualista, su cui Bertolucci lavora sempre con molta disinvoltura ricordandoci anche che tutto comincia e finisce sempre nell’individuo, ma stilisticamente il Maestro italiano deve molto anche ad un altro Maestro, questo francese, che è Godard e quel gusto di mescolare realtà e finzione, aguzzare lo sguardo per sconvolgere la concatenazione degli eventi e giocare sul caso che sono prerogative e suggestioni ereditate dalla Nouvelle Vogue. E un omaggio speciale e calzante Bertolucci lo fa anche al Maestro russo Ejzenštejn citando una scena de “La scalinata di Odessa” quando una carrozzina rotola giù per la scalinata, in questo caso parabola dei fragili ideali che muovono verso la rivoluzione. Anche in quest’occasione non manca la firma alle musiche cadenzanti di Ennio Morricone.
Per quanto la critica si sia esposta in modo incerto su Partner, accusandolo di intellettualismo, non vi è dubbio che si tratta di una perla della nostra cinematografia italiana. La vera forza e il vero dono del film sono proprio quelli di riuscire a dipingere i meandri lucenti e oscuri della rivoluzione sessantottina, rendendola più chiara a chi quell’epoca non l’ha vissuta ma ne ha solo sentito parlare, riuscendo anche a ridimensionare il suo mito. Non va però oscurato anche il potenziale sociologico e psicologico della pellicola, che esercita un certo fascino richiamando alla memoria tematiche sempre insidiose e attuali intorno all’animo umano e alle sue molteplici e contraddittorie sfaccettature.

Valentina Esposito – scenecontemporanee.it

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