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Saturday Fiction

Lou Ye


Cina 2019 (126′)

 VENEZIA – Shanghai 1941: durante il secondo conflitto mondiale la Cina, sotto l’occupazione giapponese, è teatro di un’altra guerra, quella tra i servizi segreti alleati e le potenze dell’Asse. Jean Yu, una famosa attrice teatrale torna in patria dopo una lunga assenza per recitare nella commedia Satutday Fiction diretta dal suo ex amante. Ma quale è il suo vero scopo: liberare dalla prigione l’ex marito? Scappare dalla guerra con l’amante? Lavorare per il padre adottivo, agente dell’Intelligence? In un mondo fuori controllo dove è difficile distinguere gli amici dagli agenti sotto copertura, dovrà valutare cosa rivelare di quello che ha appreso sull’imminente attacco di Pearl Harbor…

“Jean Yu sei tornata”. “Mi spiace, non sono Jean Yu”. Il contrasto tra Realtà e Finzione è già messo in scena fin dalle primissime battute di questo film malinconico e nel contempo coinvolgente, in cui il regista cinese Lou Ye mescola abilmente i suoi ricordi di bambino (quando passava le giornate dietro le quinte del Teatro Lyceum, accompagnando i due genitori che lavoravano lì) con il romanzo di Hong Ying La donna vestita di rugiada.
Fin da subito ci troviamo immersi in un’atmosfera che ha tutti i colori del noir: l’ambientazione metropolitana in una Shanghai superaffollata e continuamente battuta dalla pioggia, una “femme fatale” a cui Gong Li, finalmente non più bambola di porcellana, dona tutta la dolente imperscrutabilità del personaggio, l’ambiguità delle situazioni.


Il palcoscenico e il dietro le quinte del Teatro Lyceum, i corridoi, gli specchi e le stanze di un hotel di lusso sono lo scenario in cui si sviluppa una storia che dal noir sembra virare al melodramma (vedi L’ultimo metrò), quando la storia d’amore rappresentata a teatro viene a sovrapporsi a quella vera tra l’attrice e il regista.
Ma l’emergere della componente spionistica non fa che “raddoppiare” la già ambiguamente “doppia” personalità dei personaggi, facendo sì che la storia si snodi tra continui ribaltamenti di ruolo e contrapposizioni: teatro/realtà, cinesi/ giapponesi, amici/nemici, in cui tutto e tutti sembrano essere questo e il suo opposto. In un mondo di attori e di spie le identità sembrano moltiplicarsi e tutta la messa in scena, fatta di piani-sequenza, macchina a mano, inquadrature di spalle, superfici riflettenti, porta a mettere in dubbio ogni apparente verità.
Le caratteristiche del genere quindi determinano quelle del significato e viceversa. Nel primo caso i codici del noir e della spy-story connotano i personaggi come individui imprigionati dalla necessità della finzione, che siano attori o spie o attori-spie, nel secondo caso l’intreccio intricato di informazioni visuali e uditive porta all’esasperazione e conseguente implosione dei generi. Il isultato è uno stato di incertezza perenne, in cui vige la legge delle apparenze e in cui anche lo spettatore rischia di perdersi completamente, mancandogli una chiave per distinguere il vero dal falso; uno stato che non può che esplodere, come avviene nella cruenta sparatoria finale, preannuncio di un destino ineluttabile (Pearl Harbour), da cui forse solo la forza dei sentimenti, in quanto unica verità affidabile, potrà salvarsi.

Cristina Menegolli – MCmagazine 52

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