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Se la strada potesse parlare

Barry Jenkins

Anni’70, quartiere di Harlem, Manhattan. Uniti da sempre, la diciannovenne Tish e il fidanzato Alonzo, detto Fonny, sognano un futuro insieme. Quando Fonny viene arrestato per un crimine che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, fa di tutto per scagionarlo, con il sostegno incondizionato di parenti e genitori. Eliminando certe spigolosità del romanzo originario, Jenkins sceglie un fascinoso registro estetizzante e rimescolamento con naturalezza piani temporali e spaziali si conferma autore di rango: la bellezza delle immagini contro le brutture del mondo!

If Beale Street Could Talk
USA 2018 – 1h 59′

GOLDEN GLOBE migliore attrice non protagonista
candidato all’OSCAR: migliore attrice non protagonista – miglior sceneggiatura non originale – miglior colonna sonora

 

  Dopo aver vinto l’Oscar con Moonlight, Barry Jenkins porta sullo schermo uno dei libri più noti e apprezzati di James Baldwin, “f Beale Street Could Talk. Un romanzo scritto dopo gli assassinii di Malcolm X e Martin Luther King e dunque intriso di tutta la disillusione e la rabbia che quel momento storico poteva ispirare nella comunità afroamericana e non solo, eppure un romanzo pieno di amore. Jenkins sullo schermo prova a fare lo stesso, mescolando due piani temporali vicini tra loro ma lontani per temperatura emotiva, per raccontare tanto la passione giovanile e la voglia di futuro quanto l’ingiustizia di far parte di una parte di popolazione spinta in ogni modo a vivere nella paura.
Jenkins ricorre moltissimo all’uso del primo e del primissimo piano, per tutti i suoi personaggi e non solo per le scene che contemplano i due protagonisti. In alcuni casi, come per la madre di Fonny o l’amico uscito devastato dal carcere, il primo piano racconta qualcosa che va oltre le parole, in un’area di inconoscibilità psicologica, di trauma, ma il più delle volte, quell’estrema prossimità racconta la sincerità del personaggio, la trasparenza della sua anima, l’amore nel suo sguardo. Così, anche se non tutto nel film ha lo stesso livello di intensità, siamo catturati dalla richiesta di attenzione che ci fa la regia, oltre che dalle particolari, lunghe sequenze di dialogo, nelle quali la musica gioca un ruolo fondamentale (…) Impossibile non restare ammirati dalla voce del colore, ardente, e dalla cura posta nella caratterizzazione dei personaggi, dalla fisicità timida e particolare di Tish, alla forza della madre (l’attrice Regina King) e della sorella Ernestine, di cui si lascia intravedere la complessità con il minimo delle pennellate. Che conquisti o meno, il suo è uno statuto: la bellezza delle immagini contro le brutture del mondo.

Marianna Cappi – mymovies.it

 Harlem, primi anni settanta, Fonny (Stephan James) e Tish (Kiki Layne) sono giovani, innamorati e afroamericani. Fonny è uno scultore aitante un po’ bohemien, Tish un groviglio di innocenza e bellezza da lasciare senza fiato. Cresciuti insieme, famiglie litigiosette tra loro ma vicine, i due sognano un futuro di normalità e libertà. L’appartamento che nessuno vuole affittargli perché neri, il lavoro di lei come commessa in una profumeria dei grandi magazzini, le storie di ordinaria violenza subite dai ragazzi della comunità afro di New York… Poi lo strapiombo, il dramma, l’ingiustizia. Fonny viene accusato di aver stuprato una ragazza. E nonostante la provenienza piccolo borghese, nessuna marginalità a carico, è lui il colpevole. Comunque. “La partita è truccata”. Storicamente. Ideologicamente. Galera per Fonny e un bimbo che nascerà tra nove mesi appena concepito nel grembo di Tish. Se la strada potesse parlare racconta questa zavorra razzista ineliminabile, una colpa involontaria eterna, anche in un contesto urbano come la democratica New York.
Jenkins condensa emozioni, liturgie familiari, love story, dialoghi oltre il vetro del carcere, in un raffinato, ricercatissimo ed estetizzante quadro autoriale dove l’attenzione del taglio di luce, del colore delle tende e degli abiti è pari al riguardo per l’intensità recitativa e per il rimescolamento suadente di piani temporali e spaziali delle vicende narrate. Il palco, come negli altri lavori di Jenkins, è solo afroamericano. I primi piani fronte macchina con soggettiva impossibile sono oramai Jenkins touch. Golden globe come miglior attrice non protagonista a Regina King (la madre di Tish)…

Davide Turrini – ilfattoquotidiano.it

 Barry Jenkins l’ha rifatto. Il regista nemmeno quarantenne premiato a sorpresa con Miglior Film all’Oscar del 2017 (vi ricordate la gaffe di Warren Beatty?) grazie all’opera seconda Moonlight è tornato ad ammantare di bellezza, positività e delicatezza una storia di sofferenza, razzismo e prevaricazione. Tratta dall’omonimo romanzo di James Baldwin, la pellicola racconta in modo non lineare una storia di amore e orrore dove a vincere è sempre e comunque la purezza. (…) Attraverso l’escamotage narrativo del montaggio non lineare, Jenkins vuole dirci che non conta se Fonny è dietro le sbarre o nel suo loft da artista a disegnare opere d’arte. Non è importante l’esito delle azioni ma l’intima convinzione di operare sinceramente sia che si tratti del tentativo di far incontrare le famiglie di Tish e Fonny dopo la notizia della gravidanza di lei sia che si parta in missione disperata (lo fa la mamma di Tish) in quel di Porto Rico per provare a parlare con l’accusatrice di Fonny. È il momento più bello di tutto il film…

Francesco Alò – Il Messaggero

 Dopo l’ Oscar per il miglior film a Moonlight, Barry Jenkins omaggia uno dei modelli impliciti di quel lavoro, il grande scrittore afroamericano James Baldwin, portando sullo schermo il suo romanzo If Beale Street Could Talk. Il testo di partenza risale al 1974 ma, per temi e ambientazione, “potrebbe essere stato scritto negli anni Cinquanta”, come scrive Joyce Carrol Oates nella postfazione in appendice all’edizione Fandango appena uscita. (…) Nel raccontare una storia d’ amore a suo modo classica, Jenkins accentua i tratti di estetismo del film precedente, con moltissima musica, qualche ralenti e controluce, e insomma un tono un po’ elegiaco, che comunque non urta troppo con lo spirito della vicenda. Per rendere la prima persona del romanzo, la sceneggiatura fa ampio ricorso alla voce fuori campo di Tish. A fare da controcanto, compaiono talvolta montaggi di fotografie d’epoca in bianco e nero che mostrano la cruda situazione sociale. Perché questa parabola, come spesso i melodrammi, è soprattutto una vicenda di gente semplice condannata dall’ingiustizia sociale e razziale. L’adattamento, nonostante lo stile vistosamente “autoriale” e una patina un po’ leccata (la ricostruzione d’ epoca vintage ricorda molto cinema recente sui neri americani, da Barriere a Il diritto di contare), funziona meglio quando eredita pacatamente buone idee dal romanzo, e quando ricorda il cinema americano di un tempo: la descrizione della piccolissima borghesia nera (con il contrasto tra le famiglie dei due protagonisti), certi dettagli (come il differente comportamento dei clienti neri e bianchi in profumeria davanti a Tish), e certi momenti di idillio, anche intensamente fisico, ben resi dai due giovani attori.

Emiliano Morreale – La Repubblica

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