Takara. La notte che ho nuotato

Damien Manivel, Kohei Igarashi

Tra le montagne innevate del Giappone, ogni notte, un pescatore si reca al mercato del pesce del suo paese. Una notte, il suo figlioletto di 6 anni, Takara, viene svegliato dai suoi rumori, e non riesce proprio a rimettersi a dormire… Mentre il resto della famiglia dorme, il piccolo fa un disegno per quel papà che vede così poco, e lo mette nel suo zainetto. La mattina, ancora troppo insonnolito, perde la strada per la scuola: un’occasione per una piccola avventura, e forse per consegnare quel disegno… Un incantevole racconto minimale di ingenuità e affetti.


La nuit où j’ai nagé
Francia/Giappone 2017 – 1h 19′
in concorso a ORIZZONTI (VE 74)

 
 Sulle montagne del Giappone, un nucleo familiare di quattro persone vive in una piccola abitazione circondata dalla neve. Una notte, mentre padre esce come sempre nel buio per andare a lavorare al locale mercato del pesce, il figlio piccolo resta insonne e occupa come può il suo tempo tra i giochi. La mattina dopo, molto assonnato e con un disegno che ritrae nello zaino il mondo acquatico, non si avvia a scuola come la sorella, ma a una giornata di scoperta.
Un racconto incantevole e minimale di affetti e di avventura, reso ancora più affascinante dalla completa assenza di dialoghi. Una favola senza tempo che si articola in tre atti: Il disegno, Il mercato del pesce, Un lungo sonno. Tra l’essenzialità di Chaplin e il rigore di una storia illustrata per bambini, un attore bambino non professionista calamita l’attenzione con una semplice successione di azioni banali: il cinema puro è in azione, mentre il piccolo si muove tra spazi domestici, strade ghiacciate, una piccola stazione ferroviaria, un centro commerciale, un parcheggio. Contempliamo con lui il silenzio notturno e lo stupore durante una nevicata, il senso di libertà mentre si aggira, senza mai interagire con nessuno, per le strade bianche alla ricerca di un contatto con il padre, il cui ritmo di vita è opposto al proprio.
Firmato a quattro mani dal francese Damien Manivel (classe 1981, già autore di Un jeune poète, menzione speciale nel 2014 a Locarno, e di Le parc, nella sezione Onde al Torino Film Festival 2016) e dal giapponese Kohei Igarashi (1983), a Locarno anche lui con Hold Your Breath Like a Lover nel 2014. Con La nuit où j’ai nagé, a Venezia 74 in Orizzonti accostano mirabilmente due mondi opposti e ci fanno precipitare nell’immaginazione di un bambino di sei anni per rappresentare l’amore a distanza tra padre e figlio. Speriamo di risentire presto parlare di questa coppia dal tocco molto lieve, con idee di regia semplici, come la scelta della Primavera di Vivaldi, ma molto efficaci.

Raffaella Giancristofaro – mymovies.it

 È ancora notte in Giappone e fuori nevica forte. Un uomo esce di casa, come fa ogni giorno, per andare a lavorare al mercato del pesce. Il figlio di sei anni si sveglia e non riesce più a prendere sonno. Inizia così la sua giornata di bambino, rinchiuso nel languido tepore domestico, tra giochi e disegni, nicchie e rifugi lanosi, in attesa dell’ora di potersi recare a scuola. Ma una volta uscito di casa, forse ancora assonnato, il bambino perde la strada e comincia a bighellonare allegramente nel paesaggio innevato e silenzioso, seguendo con scrupolo le tappe di un percorso molto lungo, che sembra essere impresso in maniera netta nella sua mente e che ha come unico obiettivo quello di incontrare suo padre alla luce del sole.
Il duo franco-giapponese costituito dai registi Damien Manivel e Igarashi Kohei, al loro primo lavoro insieme, costruisce un’opera molto raffinata sulla ciclicità e sulla purezza del rapporto tra un padre e un figlio. Il quotidiano “mancarsi” dei personaggi si inscrive in un arco di rimandi metaforici che richiama direttamente il tempo, l’alternanza delle ore, del giorno e della notte, delle stagioni – non a caso le sonorità di Vivaldi attraversano tutto il film. Come l’inverno e la primavera, padre e figlio sono condannati a non incontrarsi e a percorrere il ciclo delle rispettive solitudini alla ricerca di segni che rechino testimonianza dell’altrui passaggio (un disegno, una foto, un’impronta nella neve, un berrettino dimenticato). La candida odissea di questo piccolo soldatino che fino alla fine non vuole soccombere al sonno – ovvero al nemico che gli impedisce di vivere a pieno l’amore per il proprio papà – è una delle cose più tenere viste finora al Festival. Essenziale, lirico. Un racconto che non ha bisogno di nomi o di parole.

Simona Busni – cinematografo.it

Dopo i piccoli e curiosi Un jeune poète e Le parc (quest’ultimo presentato due anni fa al Torino Film Festival), il trentenne francese Damien Manivel (in collaborazione con l’altrettanto giovane regista giapponese Igarash Koheii) prosegue sulla strada di un cinema minimale e gentile, infantile nelle trame (con l’età dei protagonisti che si abbassa si film in film, dai vent’anni all’adolescenza all’età da scuola elementare) e stralunato nei toni. Protagonista di La nuit ou j’ai nagé è un bambino giapponese insonne che una mattina, dopo aver passato la notte in piedi, decide di saltare la scuola e recarsi in città. Forse vuole far visita al padre che lavora al mercato del pesce (e che a causa dei turni di notte non vede mai) o forse, semplicemente, vuole osservare un po’ come vanno le cose dei grandi. Questo piccolo Buster Keaton buffo e silenzioso passa indenne tutti i possibili pericoli del mondo: attraversa la strada, cammina da solo, parlotta con gli sconosciuti. Fino a quanto per ripararsi da una tormenta di neve si rifugia in una macchina e viene riportato a casa dolcemente addormentato.
Il film segue la semplice avventura del protagonista con una messinscena al limite dell’arido e una semplicità narrativa elementare. Diversamente da Le parc, in cui la componente immaginifica del viaggio era esplicita, qui la trama visiva è più sottile e meno fantasiosa: la magia sta nella dissonante presenza del bambino nel mondo degli adulti, nei suoi pensieri tenuti nascosti e per questo incapaci di alterare la quotidianità della provincia giapponese. Takara – La notte che ho nuotato è così un interessante esempio di cinema impressionista costruito su uno sguardo interno al racconto, eppure stranamente oggettivo. Nelle sue immagini sonnolente si percepisce una tensione sottile, la possibilità di generare effetti comici o, all’opposto, tragici grazie alla presenza fuori luogo del bambino protagonista. La macchina da presa, però, sceglie di restare a distanza dall’emozione, nascondendosi dietro uno sguardo discreto e pudico…

Roberto Manassero – cineforum.it

 

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