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La dolce vita

Federico Fellini

Marcello è un annoiato giornalista, che bazzica Via Veneto e dintorni a stretto contatto con un ambiente mondano e raffinato pieno di seduzioni e lustrini, dissipando il tempo e lasciandosi andare a un’inconcludenza generale che lo spinge verso la scontentezza di se stesso. Intorno a lui dive giunoniche, padri suicidi (Alain Cuny) e una fanciulla enigmatica… All’alba degli anni ’60, una svolta memorabile nella storia del costume italiano, sia sociale che cinematografico. Assoluto capolavoro felliniano e autentico film-simbolo di un’intera epoca – innovativo nella struttura narrativa, memorabile nell’originalità nell’impatto visivo – La dolce vita resta una tappa formidabile e obbligata della storia del cinema moderno.



Italia 1960 (180′)
Palma d’oro a Cannes e Oscar per i costumi

E sbigottiamo anche noi. Due volte. La prima perché non è possibile affacciarsi senza un brivido su questa babilonia disperata che Fellini ha dipinto senza abbandonarsi a sciocchi anatemi, senza volerle infliggere altra punizione che quella di vedersi allo specchio in tutti i più minuti particolari. La seconda perché siamo di fronte a un cinema altissimo per originalità di linguaggio, aggressività di stacchi e cadenze, incisiva compiutezza di immagini; un cinema che, superando i confini riconosciuti, ci mostra risultati la cui vastità era nota finora solo alla grande letteratura e alla grande musica (a proposito: magnifico per incalzante funzionalità il commento musicale di Nino Rota).

Guglielmo Biraghi – Il Messaggero

C’è dunque una differenza profonda tra La dolce vita e le altre opere di Fellini, ma è una differenza di quantità, non di qualità. Vi appaiono personaggi di tragedia, vi si agitano passioni dalle proporzioni inconsuete che Fellini non ci aveva mai raccontato, ma a cosa porta tutto questo accumularsi di materiali nuovi? Sembra che saggiando fino in fondo – su misure mai prima raggiunte – la inconsistenza (la ‘vanità’) della realtà cosiddetta vera (l’idolo dei realisti, a cui tutto andrebbe sacrificato), Fellini voglia, una volta per tutte, sgombrare il campo dagli equivoci e darci la risposta che più gli sta a cuore, offrirci in forma definitiva, lacerante e incontrovertibile, la sua dichiarazione di fede. La realtà è questo vuoto, questo nulla, questa materialità vacua. Quindi la scintilla del sentimento, la vitalità dello spirito, il vero esistere non può che scoccare nel momento della sconfitta della realtà stessa. La vita dell’anima si accende come un palpito nel momento in cui si rimpiange – attraverso la documentazione agghiacciante della inconsistenza del reale – un bene perduto (Zampanò); ma si accerta ancor più angosciosamente quando si è giunti attraverso l’esperienza ‘radicale’ della materialità, al fondo dell’abiezione. Allora la vera realtà – il trascendente (finale di La dolce vita) – appare come una folgorazione; irraggiungibile e incomunicabile, ma appare.

Carlo Lizzani – Il cinema italiano 1895-1979″

Visto a distanza, col senno del poi, La dolce vita fa figura di spartiacque nel panorama del cinema italiano del dopoguerra. In un certo senso, anzi ne segna la fine, e l’inizio di una nuova epoca. La sua importanza e il suo significato possono essere riassunti in questi punti: 1) rappresentò, nella carriera del suo autore, l’approdo alla maturità espressiva; 2) contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni sessanta; 3) ripropose, come già avevano fatto Rossellini prima e Antonioni poi, quel problema del neorealismo e del suo superamento che in quegli anni costituì la cattiva coscienza – e, in qualche caso, il tormento – della critica cinematografica italiana; 4) segnò una svolta fondamentale nella storia della libertà d’espressione in campo cinematografico.

Morando Morandini – Storia del cinema (a cura di A. Ferrero)

La dolce vita si rivelò un’opera cardine che traghettò il cinema nel decennio successivo. Fellini si era già conquistato un ruolo di artista principe della cultura cinematografica, dialogando a distanza con Ingmar Bergman. Aveva intessuto il linguaggio cinematografico del suo estro bizzarro e di affascinanti metafore, aveva fatto pulsare lo spettacolo sul grande schermo di un intimismo autoriale segnato da una personalissima tensione al trascendente. Ma con La dolce vita aprì a pubblico e critica le porte di un universo sconosciuto o almeno fino ad allora inavvicinabile. Fu inesorabile nel descrivere il ritratto di una nobiltà decaduta, mise brutalmente a nudo la mediocrità di certa borghesia, il cinismo e lo squallore che trovavano in Roma la capitale dell’immobilismo culturale, dell’apatia sociale, della falsità del circo cinematografico.
Fellini giocava, da sempre, ad universalizzare la sua riflessione autobiografica, ma fecero scandalo l’aggressiva invadenza dei fotografi e la sconcertante superficialità dei mass-media e soprattutto l’impietosa fotografia di un vuoto morale imperante, la rappresentazione di un mondo fatto di donne procaci, uomini-bamboccio e feste orgiastiche. Nel cinema americano imperava il codice Hays e il giudizio della critica legata all’Osservatore romano, pur alla luce di una visione cristologia sempre intravista nel discorso felliniano, fu di forte negatività. Ma nel breve e nel lungo tempo La dolce vita vinse tutte le battaglie, ribadì il suo ruolo di film di culto a livello internazionale (si aggiudicò la Palma d’oro a Cannes) e la scena di Marcello e Sylvia immersi nella fontana di Trevi trionfò come immagine simbolo dell’Italia, di Federico Fellini e del cinema di quegli anni.

ezio leoniserata documentario “Walter Santesso una vita per il cinema”

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