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Marie Curie

Marie Noëlle

I cinque anni più turbolenti della vita di Marie Curie, dal 1905, anno in cui Marie e Pierre Curie si recano a Stoccolma per ricevere il Premio Nobel per la scoperta della radioattività, al 1911, quando le venne assegnato il suo secondo Nobel. Nel mezzo, la morte di Pierre, il nuovo amore con il matematico Paul Langevin, lo scandalo. Il film segue la tendenza attuale del biopic, di isolare un periodo specifico per raccontare un’intera vita, e lo fa puntando sulla precisa ricostruzione, sull’eleganza formale e sull’intensa interpretazione della protagonista, l’attrice polacca Karolina Gruszka.

Polonia/Francia/Germania 2016 (100′)

 In giapponese la parola crisi ha lo stesso significato di opportunità. Iniziamo così la recensione di Marie Curie, il film che racconta gli anni più turbolenti della vita della due volte premio Nobel. Perché la scienziata si è trovata davanti a un grande lutto, quello per la scomparsa dell’amato marito Pierre Curie, con cui condivideva anche il lavoro e la ricerca. Un dolore enorme, una vera disgrazia. Ma senza la quale, probabilmente, Marie Curie sarebbe vissuta per tutta la vita nell’ombra del marito, senza vedere riconosciuti appieno i propri meriti. Ma la crisi è un’opportunità anche per la casa di distribuzione Valmyn che, nel caos causato dal Coronavirus che ha fatto slittare l’uscita di molti dei film in sala, ha deciso coraggiosamente di anticipare l’uscita del film. Per dare un segnale verso il pubblico, e con la speranza che un film come questo possa esser visto e valorizzato. Elegante, interessante e attuale, Marie Curie ci dice molto su una figura che tutti conosciamo per il nome e per le sue scoperte, ma di cui sappiamo pochissimo sulla vita privata.

Il primo pregio di un film come Marie Curie è proprio quello di essere molto attuale. In questi anni di sacrosante rivendicazioni femminili la storia di Marie Curie suona come un archetipo delle tante ingiustizie legate al genere di oggi, e la scienziata come un modello. Che la Sorbona, la famosa università di Parigi non sia un luogo per donne nei primi del Novecento è qualcosa di doloroso da constatare, ma anche comprensibile vista la società del tempo. Che tanti luoghi, incarichi, posti di lavoro siano appannaggio di soli uomini ancora oggi è inaccettabile. È una questione che ci viene proposta continuamente durante la visione del film. Perché Marie, anche per chi è in buona fede, non viene mai creduta davvero capace di prendere il posto del marito. “Non si tratta di un titolo che si eredita con il matrimonio” le viene detto quando si candida per la cattedra di Pierre alla Sorbona, quasi che fosse scontato che lei fosse la sua aiutante, e non una scienziata capace. Chi è in malafede, invece, oltre a fare battute a sfondo sessuale, che sembrano tanto quelle che sentiamo ancora oggi, prova a chiederle dei favori sessuali in cambio di una spinta per la sua carriera.
L’altro pregio del film è di dare un’anima, e un corpo, a quello che finora, per tanti di noi, era solo un nome, importantissimo, ma un nome, nella storia della fisica e della chimica, un nome fondamentale per la medicina di oggi.
Ma a cui non sapevamo associare una storia, un carattere, una personalità. Marie Curie ci racconta sì una scienziata, ma soprattutto una donna. Una donna con le sue ambizioni, le sue insicurezze, il suo bisogno d’amore. Marie Curie ci ricorda – e anche questo è un tasto attualissimo da toccare – che una non deve escludere l’altra.
È un racconto che, in tutta la sua seconda parte, perde di vista un po’ la scienza per raccontare la vita privata. Per qualcuno potrebbe essere un difetto, ma d’altra parte la vita della Curie è stata così avventurosa che non può non essere raccontata. E anche perché il racconto delle proprietà del radio – spiegate in maniera semplice e riuscita – non potrebbero da sole fare un film. Si esce dalla visione con il piacere di sapere che la cultura porta ad altra cultura, e che Irene, la figlia di Pierre e Marie Curie, negli anni Cinquanta vinse anche lei un nobel. E che “il timore del pensiero creativo è proprio di una civiltà perduta”. Parole che devono essere da monito ancora oggi.

Maurizio Ermisino – movieplayer.it

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