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Il buco in testa

Antonio Capuano

Maria S. vive vicino al mare, in provincia di Napoli. Ha un lavoro precario, nessun amore. Una madre praticamente muta. Quarant’anni prima, un militante dell’estrema sinistra ha ammazzato suo padre, vicebrigadiere di polizia poco più che ventenne, nel corso di una manifestazione politica. Maria è nata due mesi dopo. Un giorno apprende che l’omicida del padre ha un nome, un volto, un lavoro. Ha scontato la sua pena e vive a Milano. «Adesso so chi odiare», pensa Maria. Si tinge i capelli e prende un treno veloce per andare a incontrarlo. Ha con sé una pistola.

Italia 2020 (95′)


O
pera Fuori Concorso al Torino Film Festival, ispirata alla storia vera del carabiniere di San Giorgio a Cremano, Antonio Custra, ucciso a Milano il 14 maggio 1977, raggiunto alla testa da un colpo di pistola durante una manifestazione di estrema sinistra. Protagonista la figlia di Custra, Antonia (Teresa Saponangelo), nata due mesi dopo la morte del padre, che decide di incontrare nel 2007 l’assassino del genitore, nel frattempo uscito di prigione. Prima di quell’incontro, evidenti sono tutti gli anni vissuti da Antonia nella sofferenza, legati a disturbi alimentari, insicurezze e un odio profondo per quell’uomo che l’aveva privata di una vita serena.
Le parole del regista: “Tutto ha inizio con l’arrivo di Maria (questo è il nome nel film della protagonista) a Milano. È mattina. La macchina da presa le si incolla addosso, la segue per tutto l’arco della giornata. Per tutta la durata del racconto. Vuole scoprirla, conoscerla: le motivazioni che l’hanno portata lì, a incontrare l’uomo che quarant’anni prima ha ammazzato suo padre, i casini della sua vita quotidiana… vuole capirla, amarla un po’. Senza rinunciare, anche, ad ascoltare le parole dell’uomo, le sue amarissime verità. Alla fine è sera. Tutto il resto è flashback…”. Girato a Torre del Greco, quasi interamente, a parte le scene nel capoluogo lombardo, Maria vive in una condizione precaria, con un lavoro da insegnante in un quartiere “difficile” della città, una madre praticamente muta e preda dei fantasmi del passato.

Antonio Capuano compie un lavoro di forte impatto visivo nella ricerca dei suoi spazi, facendoli rivivere di luce, ombre e tormenti, trovando angoli di sguardo ispirati e di imponente peso emotivo. In più, c’è la consueta e consolidata capacità di abbracciare la realtà dei tempi, grazie ad una vena veristica con pochi rivali e sembra aver acquistato anche un certo spessore narrativo, che va oltre la sua andatura “istantanea” e “sgraziata” del passato. La teatralità non è di ingombro ma certamente di supporto al sempre più veemente desiderio di raccontare le storie personali, quelle che il tempo custodisce e a volte nasconde o conserva fedelmente, prima che qualcuno o qualcosa possa smuoverle e farle riemergere, senza mai imbrattare e pregiudicare la sostanza del nostro sentire. La guerriglia degli esordi non è certamente assopita ma sembra rivolgersi in avanti, un passo verso, un passo deciso verso la rielaborazione, verso le dinamiche del confronto e dell’apertura. Iconoclasta nell’anima e nelle intercapedini di montaggio, tra squarci realistici e stratificazioni in movimento, Antonio Capuano conosce la strada, conosce i suoi anfratti, le sue più devastanti trappole, ma conosce anche il respiro della libertà espressiva, il respiro di architetture incastonate nel desolante naturalismo che vive e palpita in ogni inquadratura. Resta, ancora aperta e ricca di evocazioni, l’esplorazione della modernità, che oggi è soprattutto riflessa negli sguardi puri dei suoi interpreti, sempre in bilico in una terra di mezzo, che non si faccia nemesi a tutti i costi, ma che non sia inesorabilmente lava travolgente precipitata in mare in pasto ai pesci. La deriva della marginalità si muove così su due binari temporali che rimettono in circolo il potere del perdono.

Leonardo Lardieri – sentieriselvaggi.it

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