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On the Job: The Missing 8

Erik Matti

The Missing 8, sottotitolo del film, allude a otto impiegati di un giornale locale improvvisamente scomparsi. Un giornalista corrotto, detto “lo Zio” in virtù del successo del suo programma radiofonico, decide di indagare per cercare giustizia, ma si mette contro un sindaco, di cui è sempre stato fedele sostenitore. La sua indagine si intreccia alla vicenda di un sicario finito in prigione e fatto uscire per commettere degli omicidi.

Filippine 2021 (208′)
VENEZIA 78°: Coppa Volpi per il miglior interprete maschile

 VENEZIA – I festival costituiscono sempre un’occasione per conoscere meglio il cinema filippino contemporaneo, ancora poco noto al pubblico occidentale.Erik Matti, la cui fama in Italia è limitata prevalentemente ai frequentatori del Far East Film Festival di Udine, ha presentato a Venezia il sequel di un film proiettato con successo nel 2013 a Cannes, ma mai uscito nelle sale in Italia. In occasione dell’esordio veneziano è stato realizzato un nuovo montaggio dei due lungometraggi insieme sotto forma di miniserie televisiva, in collaborazione con HBO Asia.

On the Job raccontava la storia di alcuni detenuti che venivano provvisoriamente rilasciati per effettuare degli omicidi di stampo politico. On the Job: The missing 8 (della durata quasi doppia rispetto al precedente) ci riporta nell’ambiente carcerario, ma nello stesso tempo allarga la prospettiva al mondo dei media e di conseguenza della politica filippina contemporanea, in un’opera corale in cui “politici, gangster, giornalisti, detenuti assassini si intrecciano nella rappresentazione della radicata cultura dell’impunità e della non responsabilità che caratterizza un paese come le Filippine”. Una corale criminale abitata da politici che somigliano a boss della malavita, giornalisti asserviti al potere per abitudine o per convenienza, detenuti che non mettono in conto l’ipotesi della riabilitazione dietro le sbarre, dove nessuno è innocente.
Tuttavia il regista non si dice interessato ad esprimere giudizi morali, bensì “a capire cosa c’è alla base del pensiero di questi personaggi, vedere il loro lato umano, non per glorificarli ma per capire davvero come sono diventati quello che sono”. In particolare la sua attenzione si focalizza su due personaggi: da un lato Sisoy (interpretato da John Arcilla, che verrà insignito della coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile), giornalista radiofonico molto seguito e molto asservito al potere, che, in seguito alla sparizione di un amico giornalista, di suo figlio e di suoi sei colleghi, verrà messo di fronte alle sue scelte opportunistiche e riuscirà a scovare la dignità sepolta passo dopo passo e dall’altro Roman, un detenuto fatto uscire varie volte dal carcere per essere usato come sicario, e che una volta condannato all’ergastolo per un crimine non commesso, vuole ad ogni costo ritrovare la libertà.

Il filtro attraverso cui la realtà filippina contemporanea viene rappresentata è però quello del genere e Matti sembra più interessato al senso del thrilling che alla questione morale, adottando il registro grottesco, l’esagerazione, il kitsch premeditato.
La lunghezza del film non è finalizzata alla pause riflessive a cui il suo conterraneo Lav Diaz ci aveva abituati, ma a tenere lo spettatore agganciato ai ritmi frenetici del racconto, diluito in una gran quantità di subplot, tra i quali il montaggio alternato salta velocemente. I tempi sono quelli degli action-movie di Hong Kong, il montaggio, con l’uso frequente di spleet screen e con vertiginosi piani-sequenza, ricorda l’estetica postmoderna barocca di De Palma, in cui alla massima visibilità non corrisponde una maggiore comprensione. Basti pensare al bellissimo piano sequenza all’interno del carcere, dove al massimo di visibilità prodotto dal vorticoso movimento della macchina da presa non corrisponde una reale capacità di vedere cosa stia realmente succedendo tra la folla di detenuti ammassati, ma nello stesso tempo liberi di dedicarsi alle più svariate attività.

L’uso di due, tre anche quattro telecamere contemporaneamente permette al regista di rappresentare sempre il contesto dentro cui si muove il personaggio, in quanto questo ne condiziona i comportamenti. Matti non si pone dei limiti, sceglie sempre l’eccesso , non solo nelle immagini, ma anche nella scelta della colonna sonora, che in contrasto con la drammaticità delle situazioni raccontate, rimanda al pop, mettendo insieme canzoni americane e repertorio locale fino a un’assurda e irresistibile versione di Bella Ciao in filippino. Il ritmo del racconto e la varietà delle sottotracce fanno sì che la durata (più di tre ore e mezza) del film, inusuale per le nostre abitudini, non venga quasi percepita dallo spettatore, che rimane per tutto il tempo inchiodato dal fascino barocco delle immagini.

Cristina Menegolli – MCmagazine 69

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