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Un altro giro

Thomas Vinterberg

Martin e alcuni suoi amici, tutti insegnanti demotivati e annoiati, affidandosi alla teoria secondo cui ogni essere umano nasce con una minima quantità di alcol in corpo, decidono di iniziare un esperimento. I quattro sono convinti che assumendo bevande alcoliche, fino a mantenere un stato di leggera ebbrezza durante tutte le ore lavorative, la mente umana possa riuscire a raggiungere stati percettivi che incrementino la creatività del genio.

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Danimarca/Svezia/Olanda 2020 (117)
OSCAR: Miglior film straniero


“Per tutta la mia carriera, ogni volta che ho avuto un’idea e le persone intorno mi hanno detto ‘No, no, è una follia’, sapevo con certezza che dovevo prendere il coraggio e buttarmi”. Questa frase di Thomas Vinterberg detta alla rivista Screen International descrive bene il lavoro più rischioso e audace che lui abbia fatto, Un altro giro, vincitore dell’Oscar come Miglior film straniero, Ha uno spunto che spiega al mondo la differenza tra cinema d’autore e commerciale in materia di idee e capacità di prendersi dei rischi trattando in modi anticonvenzionali temi spinosi.
Quattro amici, che sono anche insegnanti in un liceo, discutendo di uno studio (reale) dello psichiatra norvegese Finn Skarderud secondo cui un leggero stato di alterazione alcolica sia di beneficio per il corpo umano, decidono di provarlo. Decidono, cioè, che da quel momento in poi cercheranno di essere sempre un po’ brilli, il che significa bere solo di giorno e in orari di lavoro, mai la sera e mai nel weekend. È una premessa contro tutto e tutti, in un film che non ha paura di essere un inno all’alcol (con quello che di tragico accadrà alle vite dei protagonisti per effetto della folle decisione). Al centro, in particolare, c’è uno dei quattro amici, quello con la vita più disastrata, silenzioso eppure così desideroso di contatto umano da accettare immediatamente l’esperimento.

Se già la scelta di una storia simile era abbastanza audace, la vita si è messa di mezzo influenzando lavorazione, senso e significati di quanto raccontato. Durante la prima settimana di riprese la figlia 19enne di Thomas Vinterberg (regista e sceneggiatore) è morta in un incidente d’auto. Il film è stato portato avanti per un periodo dall’aiuto-regista e poi terminato dal suo autore. Ida, la ragazza, aveva molto supportato il desiderio del padre di girare Un altro giro e la tragedia della sua scomparsa è entrata nella storia dandogli un tono di incredibile rivincita. Una seconda occasione per tutti per vivere di più e meglio. Paradossalmente. Che poi è quel che ha detto lo stesso Vinterberg ritirando l’Oscar. Il film è diventato un modo per elaborare il lutto attraverso l’opposto della morte
L’idea era lì dal 2013, ma solo nel 2019 ha cominciato a prendere forma, scritta e pensata esattamente con quel cast in cui spicca Mads Mikkelsen. È la tecnica di Vinterberg fin dal lavoro che lo rese famoso, Festen – Festa in famiglia, ovvero scrivere con già in mente gli attori che interpreteranno i personaggi, in modo che poi questi si sentano più coinvolti e inclini a migliorare, intervenire e non solo timbrare il cartellino e andarsene. “Quello che volevamo fare era un film sulla vita, non solo nel senso di essere vivi, ma proprio di vivere”, è la conclusione di tutto e, nonostante un lutto reale avvenuto in mezzo alla lavorazione, lo stesso Un altro giro questo è: la storia di persone che desiderano vivere e sono pronte a tutto per farlo, con un finale che finisce per diventare più famoso del titolo a cui appartiene.


È una scena di ballo con al centro Mads Mikkelsen (che pochi sanno essere stato un danzatore professionista, addirittura formato alla scuola di Martha Graham, prima di diventare attore); una scena strana che facilmente può suonare fuori luogo e inappropriata, ma che è anche la vera summa di tutto. Spesso al cinema il ballo è espressione della gioia di vivere, nel caso di questo film, al termine delle peripezie a cui abbiamo assistito, i personaggi ballano e bevono, bagnati dallo champagne, fermandosi per dare un sorso di birra e finendo con movenze da professionista: “Ha iniziato dicendo che ormai era vecchio, erano anni che non ballava più… E poi subito ha fatto quella mossa che si attorciglia una gamba intorno all’altra, come facesse yoga!”, racconta Olivia Anselmo, la coreografa che ha lavorato con Mikkelsen.


Per tutto il film i quattro attori protagonisti recitano l’essere ubriachi a diversi livelli. Ci sono momenti in cui sono devastati, altri in cui sono solo un po’ brilli e quindi più espansivi, altri ancora in cui stanno in mezzo tra questi due punti. È complicatissimo e nessuno sa – lo ammette il regista stesso – quanto sia stata recitazione e quanto qualcuno si sia aiutato davvero bevendo un po’. La pressione di stare in scena facendo qualcosa di così difficile, davanti a colleghi professionisti, ognuno in competizione per non risultare fasullo o incapace in quei casi è alta e, per ammissione di Thomas Vinterberg, nessuno controllava che non bevessero davvero. Gli interpreti, comunque, negano.
Sarebbe però sbagliato derubricare Un altro giro a un film sull’alcolismo, perché è il suo opposto: è una celebrazione dell’alcol fatta per celebrare la vitalità. Parlando sempre dell’ultima scena Vinterberg ha detto: “Non volevamo che il finale fosse solo sulla danza, desideravamo che fosse un modo di mostrare che cosa c’è dentro quel personaggio. Più che un ballo è una performance, un viaggio interiore”.

Gabriele Niola- wired.it

 

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