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West Side Story

Jerome Robbins, Robert Wise

New York City, anni Cinquanta. Due giovani si innamorano l’uno dell’altra, ma la rispettiva appartenenza a due gang rivali comprometterà tragicamente la loro storia d’amore.



USA 1961 (151′)

Riff è il capo dei Jets, Bernardo degli Sharks. Tra le bande rivali si prepara una dichiarazione di guerra. Quando nasce, sincero e totalizzante, l’amore tra Maria, sorella di Bernardo, e Tony, il migliore amico di Riff, la situazione precipita e la battaglia ha inizio, vana, scorretta, fatale.
Ispirato allo spettacolo che aveva debuttato a Broadway qualche anno prima, nel 1957, West Side Story, codiretto da Jerome Robbins e Robert Wise, rivoluziona, nel 1961, l’universo del film musicale. Lontano dalla favola e dai fondali dipinti a pastello, il film inscena una vicenda tragica, che ripercorre con qualche (fondamentale) eccezione il Romeo e Giulietta di Shakespeare, ma lo traspone nel West Side di New York, dove le gang giovanili si scontrano in nome dell’odio razziale e del possesso della terra (un cortile di cemento, un campo di pallacanestro, due marciapiedi). I Jets e gli Sharks, rispettivamente indigeni e portoricani, lungi dal sentirsi tutti insieme appassionatamente americani, si provocano a vicenda e, accecati dall’orgoglio, si spingono oltre il limite. Una giovane donna, Maria, nata a Portorico ma ansiosa di vivere negli Stati Uniti, incarna l’unico lume di speranza, ma è un futuro che nasce sulle ceneri di un amore sepolto anzitempo e sulle macchie di sangue versato.
Tutto, nel film, è ballo, canto, movimento, persino la passeggiata dei Jets nel loro quartiere o le sequenze di lotta. La città di New York è protagonista assoluta e insieme spettatrice impotente di ciò che accade sul suo suolo, alla faccia del mito della tolleranza e della statua della libertà.
Dieci i premi Oscar meritatamente conquistati, tra cui miglior film, regia, scenografia, coreografia, costumi, montaggio, colonna sonora. Notevoli persino i titoli di testa, affidati alla matita di Saul Bass. Nelle orecchie restano, a lungo, le note di Tonight, Maria, America, negli occhi lo sguardo dell’eroina, Natalie Wood.

Marianna Cappi – mymovies.it

Una rivisitazione moderna dello shakespeariano Romeo e Giulietta in salsa musical, che già aveva avuto un enorme successo sui palcoscenici di Broadway. Inizialmente la regia doveva essere unicamente del coreografo Jerome Robbins, già autore della versione teatrale, ma la produzione scelse di affiancargli l’esperto Robert Wise (Ultimatum alla Terra del 1951) per non far levitare troppo le spese: Robbins era una perfezionista, mentre Wise era abituato a fare “miracoli” anche con budget ridotti. Sceneggiato da Ernest Lehman, è una vera e propria poesia in musica: gli splendidi balletti trovano la perfetta armonia nelle note di canzoni memorabili come Maria, America o I Feel Pretty, scritte e musicate da Stephen Sondheim e Leonard Bernstein. Oltre la superficie di una vicenda (tragicamente) classica, tra voci soavi e note toccanti, si nasconde anche un grido disperato nei confronti di un sogno americano che, nonostante fossimo in piena era Kennedy, sembrava già finito da un pezzo. Le bande rivali sono emblema di quell’odio razziale e di quella povertà culturale che attanagliava, ieri come oggi, grosse fette delle periferie delle grandi metropoli a stelle e strisce. Anche per questo è un musical seminale, che ha completamente rivoluzionato la storia del genere. Splendido, a partire dai titoli di testa firmati da Saul Bass. Dieci meritati premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior fotografia, miglior attore e attrice non protagonisti (George Chakiris e Rita Moreno), miglior scenografia, migliori costumi, miglior coreografia (premio speciale), migliori costumi e, naturalmente, miglior colonna sonora.

longtake.it

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