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L’angelo sterminatore

Luis Buñuel

Dopo una serata a teatro, un gruppo di signori della buona borghesia si riunisce nella villa di un facoltoso possidente (Enrique Rambal). Terminata la cena, qualcosa impedisce agli invitati di lasciare la casa. Tutti si ritrovano imprigionati in una incomprensibile situazione di isolamento, mentre fuori i soccorritori tentano invano di accedere alla villa…

El ángel exterminador
Messico 1962 (89’)

All’uscita dal teatro, una ventina di persone dell’alta società si ritrovano, per una cena, nella villa di città di Edmondo e Lucia Nobile. Mentre gli ospiti arrivano, i servitori, al contrario, ad eccezione del maggiordomo, se ne vanno con un pretesto o con l’altro, come sotto l’influsso di un presagio. Terminata la cena, il gruppo si riunisce in un vasto salone da ricevimento per ascoltare una famosa pianista. Si fa tardi, e gli ospiti decidono di rincasare: ma ecco, quasi un’insormontabile cortina fosse calata davanti a loro, nessuno riesce più a varcare la soglia del salone. Col trascorrere delle ore, la situazione diventa intollerabile: pur intestardendosi nel voler conservare il decoro del rango e una parvenza di etichetta, pian piano i prigionieri della misteriosa”presenza” si liberano dei loro freni inibitori, rivelandosi per quello che sono: pervertiti, ipocriti, lussuriosi, violenti. Quando l’esplosione di violenza raggiunge il massimo, il sacrificio della giovane Letizia, che si offre al padrone di casa, determina la fine dell’incubo. Finalmente liberi, gli invitati di casa Nobile ringraziano il Cielo con un solenne “Te Deum”, al termine del quale, però, si trovano di nuovo di fronte l’invisibile muro.

Una commedia nera ricca di acri succhi antiborghesi e anticlericali. In questa vicenda onirica, in questo mostruoso giro di atti mancati, il surrealismo di Buñuel si manifesta in tutta la sua ricchezza fantastica. Pur essendo assai precisa l’analisi di classe, si ha il sospetto che in questo verdetto d’impotenza Buñuel alluda a condanne più vaste e vi coinvolga il genere umano nel suo complesso. Premio Fipresci a Cannes.udizio universale.

il Morandini

Tra i vertici del cinema di Luis Buñuel, è una delle opere che sintetizza meglio la poetica e lo stile del surrealista di Calanda. Fin dal primo fotogramma il dispositivo audiovisivo è piegato dal regista a una radicale volontà sovversiva. Dietro l’apparente nitore e semplicità dell’impianto stilistico, Buñuel costruisce un ferocissimo scherzo che irride la vacuità dei valori borghesi, attraverso una messa in scena costantemente percorsa da allusioni, simboli e trasferimenti di senso. Costretti dentro le quinte di un teatrino da cui, per loro stessa inettitudine, non riescono a uscire, i protagonisti del film regrediscono a uno stadio di animalità che è l’esatta negazione di tutto quello che il loro castrante status sociale esige. Istinti sessuali, esigenze corporali, meschinità umane vengono a galla mentre si consuma la tragedia di un supremo atto mancato. Il non riuscire a compiere un determinato gesto, tratto ricorrente di tutto il cinema dell’autore spagnolo, trova così la più esplicita delle declinazioni. Nel finale, mentre nelle strade si accendono episodi di guerriglia e un gregge di pecore entra in una chiesa, su tutto si addensa l’ombra di un imminente, oltre che dichiaratamente politico, giudizio universale.

longtake.it

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