From Inside Out

Wim Wenders

Wim Wenders esplora l’opera e la filosofia dell’architetto svizzero Peter Zumthor, premio Pritzker, in un documentario immersivo dedicato al profondo legame tra le persone e i luoghi che visitano, in cui lavorano o abitano. Un film ches dimostra che l’architettura riguarda il modo in cui gli edifici plasmano in noi emozioni, ricordi e comprensione del mondo, per una nuova consapevolezza di ciò che gli edifici possono rappresentare per ciascuno di noi.


Germania/Svizzera 2026 (114′)

VENEZIA – From Inside Out, il film in 3D di Wim Wenders su Peter Zumthor, presentato fuori concorso, dichiara già nel titolo uno dei principi che guidano il lavoro del grande architetto, esemplificato bene dalla casa studio che egli ha costruito per sè nel villaggio di Holenstein: l’edificio deve dare un senso di protezione, ma al cotempo deve aprirsi all’esterno. Mentre le parole di Zumthor ci spiegano la sua idea, comprendiamo subito muovendoci con lui nelle stanze che straordinario modo di far dialogare gli interni con i pendii e le montagne del Cantone dei Grigioni egli abbia realizzato.

   Il documentario nasce da 14 anni di collaborazione, dopo il cortometraggio su Zumthor che la Biennale Architettura aveva affidato a Wenders nel 2012 e rivela un rapporto di grande fiducia tra i due. Lo si coglie bene quando un uomo così riservato eccetta di condividere un momento di intimità familiare in compagnia della moglie, già fragile e ora scomparsa. Poche battute aprono uno squarcio su una collaborazione tra coniugi lunga una vita e la riconoscenza e l’affetto per lei sono espressi con sobrietà e un pizzico di humor.

Ma From Inside Out naturalmente ci conduce soprattutto a scoprire le opere più importanti di questo maestro, insignito del premio Pritzker: dalle Terme di Vals alla Kunsthaus di Bregenz, dal Kolumba Museum di Colonia alla Cappella Bruder Klaus, una torre solitaria nella piatta campagna tedesca. Scopriamo così un altro asse portante del lavoro di Zumthor, l’attenzione alla dimensione artigianale e alle competenze locali. È come se l’architetto, di fronte al luogo, si ponesse in ascolto, lasciasse parlare i materiali e la storia che lo circondano e da questi, un po’ come uno scultore, facesse emergere ciò che vi è già in nuce. È questo rapporto stretto con il luogo che fa sì che l’opera richieda tempo, sia a livello di progettazione che di costruzione. A volte il tempo contribuisce anche a determinare lo spazio, come nella Cappella Bruder Klaus, in cui le pareti sono state annerite dal fumo nella fase finale della costruzione: è però la pioggia, che penetrando pian piano lava via il nero, a completare il lavoro dell’architetto.

Altre volte il tempo modifica il progetto iniziale, come nel caso delle David Geffen Galleries del LACMA di Los Angeles, in cui l’idea che l’edificio debba essere in armonia con ciò che lo circonda ha costituito una vera sfida. Tra coloro che si sono battuti di più a favore della soluzione realizzata da Zumthor c’è Brad Pitt, che figura qui come produttore. Come sappiamo Wim Wenders ha già affrontato nei suoi documentari molte forme di espressione (danza, fotografia, musica, arte) e in precedenza aveva già usato il 3D, ma mai come in questo caso è il soggetto, l’architettura, a richiedere questa forma di linguaggio visuale. Perchè il regista non vuole farci contemplare le opere di Zumthor ma vuole che viviamo lo spazio muovendoci al suo interno. Ottiene perfettamente questo risultato immettendo negli edifici dei personaggi attraverso cui lo spettatore misura, percorre, respira lo spazio. E ancora lo fa usando molto bene il suono, senza il quale, come sappiamo, lo spazio audiovisivo non prende forma. Ci può essere qualcuno, come nel finale, che si muove portando con sè una chitarra: è la cantaurice Sophie Hunger, che con sua voce dà delicatamente vita agli spazi dell’ampliamento della Fondazione Beyeler di Basilea.

Oppure il protagonista può essere un suono naturale: esemplare è il momento dedicato allo Steilneset Memorial di Vardo in Nornegia, nato per ricordare 91 persone bruciate sul rogo per stregoneria nel XVII secolo. Zumthor ha costruito una sorta di galleria su palafitte, tutta percorsa da fenditure attraverso cui il vento gelido sibila continuamente, facendo oscillare ciascuna delle 91 luci appese ad un filo a rappresentare i condannati. Non occorrono parole: per lo spettatore percorrere questo spazio è di per sé un’esperienza che evoca l’orrore.

Licia Miolo – MCmagazine 115

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