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Brawl in Cell Block 99

S. Craig Zahler

Bradley, un ex pugile, perde il lavoro come meccanico, e anche il suo tormentato matrimonio è in pericolo. In questo momento difficile, non vede davanti a sé altre scelte se non quella di lavorare come corriere per un trafficante di droga, sua vecchia conoscenza. La situazione migliora fino al giorno tremendo in cui si trova coinvolto in una sparatoria tra un gruppo di poliziotti e i suoi spietati alleati. Bradley è gravemente ferito e finisce in prigione, dove i suoi nemici lo costringono ad atti di violenza che trasformeranno quel posto in un brutale campo di battaglia.

Usa 2017 – 2h 12′

 VENEZIA – All’identità del genere, al cinema, è convenzionalmente attribuita una prassi dell’attesa e dell’aspettativa, un richiamo strutturale nel quale movere le carte del gioco e dunque le aspettative. Il genere sposta i propri confini in zone poco protette, coperte dal buio, spesso doloranti e inzuppate di liquidi corporei. Ed è per questo che ogni volta è come far ritorno in un luogo in cui non si è mai stati, insicuro come un’ossessione, attraente come il peccato, rischioso come una profonda passione.

Da qui il percorso nella visione del prodotto genuino, mirato e scarno partorito dalla mente maniaca e artigianale di S. Craig Zahler, autore virtuoso dai molteplici riferimenti artistici (regista, sceneggiatore, scrittore, musicista, direttore della fotografia), al suo secondo lavoro nel lungometraggio dopo Bone Tomahawk (2015), richiama meccanismi di soddisfacimento di un’affezione verso un mondo le cui regole risultano tanto brutali quanto piene di umanità e amorevolezza.
Zahler con Brawl in Cell Block 99 rende omaggio a partire dal titolo al suo maestro Don Siegel, di cui il suo Rivolta al blocco 11 è uno dei più lucidi esempi di film carcerario degli anni 50, e si getta a gambe tese nel racconto di una discesa all’inferno come inevitabile accettazione del proprio destino. Il prison movie è un genere cinico e impietoso ma di rado come in questo film, è stato così appassionato.
Brawl in Cell Block 99 costruisce con un abbondante prologo il terreno su cui far esplodere, in una violenza acre e deliziosa, tutto il carico di amarezza, determinazione, frustrazione, rabbia e disillusione di un anti eroe dalla corporeità sovrumana ma dai sentimenti così reali e privi di compromessi da non poter risultare condivisibili. Proprio nella rinuncia al cedimento si fonda la forza di Bradley, in quella possanza infrangibile, nella testardaggine ammutinatrice che gli permette di non temere la spirale di insensata fatalità a cui deve far fronte per non perdere ciò che ancora lo tiene agganciato alla vita, che all’apparenza è sì la famiglia ma a ben vedere rimanda a un rimosso della sua esistenza che è il dolore puro e insaziabile della perdita e della dissennata vacuità condotta dal tempo. Bradley utilizza le mani per fracassare ossa e spappolare carni marce: elimina gli ostacoli come fossero bulloni da avvitare ad un circuito ininterrotto e sfasato, con metodo e precisione chirurgica ma senza alcun brivido di soddisfazione. L’emozione passa attraverso la sonora rottura delle vertebre, i volti sbriciolati e gli schizzi di sangue che fuoriescono con un’impetuosità rara al cinema ma non per questo con vanaglorioso compiacimento estetico a cui si è dedicata una certa deriva splatter.
Il viaggio di Bradley – interpretato da un inedito e magistrale Vince Vaughn – dalla presunta libertà alla massima e inaudita reclusione rappresentata dal catartico blocco 99, porta con sé la testimonianza di un’afflizione dal peso inestinguibile e maleodorante eppure così gratificante da restituire agli occhi impreparati dello spettatore un godimento candido, legato ad un inconscio inespresso e superegoico, forma archetipica di una pulsione ancestrale, salvifica e vitale. Lo scandalo per l’eccesso di violenza sembra una forma di castrazione di colui che si ferma sulla patina superficiale della forma. Una forma che per il regista di Miami non vuole costituire il solito compromesso estetico rivolto ad una visione popolare e compiacente: ogni scelta del significante (la colonna sonora soul scritta dallo stesso Zahler assieme a Jeff Herriott si struttura come una protagonista assoluta nel definire ancora più dettagliatamente aspetti non altrimenti visibili del protagonista) è realizzata per rifondare e glorificare un genere sommerso, istintivo e traumatico e soddisfare appieno un’aspettativa che restituisce speranze originali per il futuro stesso del cinema. .

Alessandro Tognolo – MCmagazine 43

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