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Il filo nascosto

Paul Thomas Anderson


Anni ’50. Nella fascinosa Londra del dopo guerra, il rinomato sarto Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril sono al centro della moda britannica, realizzando i vestiti per la famiglia reale, star del cinema, ereditiere, debuttanti e dame sempre con lo stile distinto del loro marchio. Le donne entrano ed escono nella vita di Woodcock, dando ispirazione e compagnia allo scapolo incallito, fino a quando non incontra una giovane e volitiva donna, Alma, che presto diventa parte della sua vita come musa ed amante. La sua vita attentamente “cucita su misura”, una volta così ben controllata e pianificata, viene ora stravolta… L’amore e la passione come gioco di manipolazione e di dipendenza reciproca, metaforico filo nascosto delle derive relazionali del sogno americano.

 

 

Phantom Thread
USA – 2h 10′

OSCAR 2018
migliori costumi: Mark Bridges

Quale filo nascosto lega le relazioni tra due persone che si attraggono e si respingono, si desiderano e si temono, si comandano e si sottomettono? Quale forza è in grado di spiegarne ragione e sentimenti, nell’elastico movimento di un possesso che sveli la natura umana nel suo abisso di (im)potenza, dannazione estrema di ogni rapporto amoroso? Ciò che unisce Reynolds Woodcock, stilista dell’alta borghesia britannica, prima che in città esplodesse la swinging london con le minigonne di Mary Quant, e l’umile cameriera Alma (nomen omen), che dello stilista diventa ben presto musa in ogni possibile declinazione, è l’inafferrabile senso che ognuno sia vittima e carnefice dell’altro, una danza perversa che scambi i ruoli, che sfaldi deliberatamentele certezze e verità: chi davvero sta dominando?
Sommerso da un tripudio di stoffe, il corpo si cela in una sua dimora occulta e chiede al cinema di essere svelato nella sua apparenza, nei giochi degli inganni e dei turbamenti. Paul Thomas Anderson, forse ormai definitivamente il cantore di una messa in scena materiale e cerebrale al tempo stesso, tra la Storia e le storie, ristabilisce i contatti con il suo precedente The Master e con Il filo nascosto rilegge il contrastato, contradditorio, squilibrato rapporto a due, declinandolo con istanze hitchcockiane, da Vertigo a Rebecca, e ubicandolo nel viavai dell’atelier e nelle sommosse della creatività di un genio della moda, che sgretola nella insospettabile fragilità, un’esuberanza da egoista. Il mondo opposto delle donne pone falsamente l’uomo in un territorio di comando: la sorella di Reynolds è il cateto necessario di un triangolo scaleno, altrettanto austera nella sua convergenza familiare, spesso silenziosa spettatrice di ogni mossa e comportamento strategico del familiare, ma puntuale da carpirne ogni insondabile segreto.
In una formidabile, geometrica consapevolezza degli spazi, la glacialità morbosa di ogni avvicinamento si pone a una distanza irreparabile: Anderson sviluppa il processo minuzioso degli abiti quanto quello dei sentimenti, usando altrettanti aghi e bottoni, in una sartoria cinematografia di sublime eleganza. Il cinema si riappropria di una bellezza sconvolgente, nel riverbero di stanze contaminate da un amore odioso, disperso nei silenzi dei muri, nelle scarne parole come cuciture dell’oblio, a volte scovate in un abito da sposa.
Il filo nascosto
è una storia totalizzante, senza possibilità di fuga. Chiusa nella metrica ossessiva del melò, porta il solito magnifico Daniel Day-Lewis, nella sua spigolosa fisicità, a rappresentare ogni desiderio e follia in un disagio esistenziale che si rapporta nell’altro e nell’altro (una altrettanto lodevole Vicky Krieps) sopravvive solo se cosciente della propria morte. Corpi e anime. Sospese a quel filo. Nascosto.

Adriano De Grandis – Il Gazzettino 

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