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Blade Runner 2049

Denis Villeneuve


L’agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell’anno 2049. Sono passati trent’anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi “lavori in pelle”: perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo… Il nuovo
Blade Runner non raggiunge il fascino del primo, ma il noir fantascientifico di Villeneuve ha il respiro crudo della modernità e la tensione nostalgica di un thriller oltre il tempo.

 

 

Usa 2017 – 2h 32′

OSCAR 2018
miglior fotografia: Roger Deakins

                    migliori effetti speciali: John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover

Immersi da 35 anni in quell’angosciante atmosfera piovosa di caccia perenne (ma nella finzione cinematografica sono solo 30, dal 2019 al 2049), dentro le architetture barocche e claustrofobiche di una realtà immaginaria rivelatasi ancora una volta fallace (la Los Angeles 2019 di Ridley Scott è molto lontana dalla nostra attualità), abbiamo trascorso tutto questo tempo interrogandoci sui confini ambigui che separano uomini e androidi, sulle loro esistenze disorientate e imprevedibili, vagando attraverso le troppe versioni del capolavoro del 1982.
Oggi Denis Villeneuve ci spinge più in là non solo nel tempo, ma anche nello sguardo, nello sfarzo di una rappresentazione che porta il caos alla sua astrazione, spodestando le attrattive noir in un geometrico avamposto di perlustrazione dannata, dove la perdizione dei ricordi resta l’archetipo di un’esistenza dolorosa. Il regista di La donna che canta, Prisoners e soprattutto Arrival chiede alle colorazioni di Roger Deakins (fotografia superba, dai controluce seducenti) di accompagnarlo in questo viaggio attraverso l’ignoto, dove, ancora più di allora, l’ignoto siamo noi stessi, a chi apparteniamo, materia o no, carne o ologramma. E allora lo spazio si fa più metafisico dentro una concezione scenografica che si snoda quasi esibizionista nella sua bellezza.
Sono passati 30 anni. La Tyrell è fallita, i suoi replicanti sono messi fuori legge. Oggi c’è Neander Wallace, che con la sua “fabbrica” accarezza un sogno ancora più grande: replicanti obbedienti e la speranza di riuscire a procreare per una nuova razza perfetta. Ma bisogna eliminare i vecchi Nexus 8. Ecco dunque il blade runner di oggi, l’agente K (quasi una reminescenza kafkiana, con quella sola lettera indicativa), scovare all’inizio del film un replicante della vecchia generazione, ma ricavarne dalla sua morte un dubbio esistenziale atroce. Ricordi, ancora ricordi: ma sono veri o impiantati? Chi è l’agente K? Davvero un replicante?
Villeneuve ha grande rispetto per il capolavoro di Scott (qui produttore esecutivo), restandone a giusta distanza con un sequel che s’imparenta quasi con pudore; forse si inceppa nella troppa scrittura e in spiegazioni a volte non necessarie, ma spalanca la vista su mondi indimenticabili. Il passato affiora continuamente: dagli accostamenti vintage come il rifugio di Deckard/Ford, la cui entrata in scena è indimenticabile, pur “condannato” ormai a riportare sullo schermo i suoi eroi più celebri, come già accaduto con Han Solo, fino alla nostalgia tattile degli oggetti; ecco ancora Marilyn, Elvis, Sinatra, il juke box, il whisky… Se Ryan Gosling è perfetto con quel suo sguardo algido e trasparente, come il corpo fantasma di Joi (la bellissima, sensuale Ana de Armas), il sinistro Jared Leto è il nuovo padre-creatore di un’avventura sempre più cristologica, mentre la musica di Hans Zimmer e Jóhann Jóhansson si accosta felice nei riverberi elettronici di Vangelis. Forse non sarà un capolavoro come il prototipo, ma è un film notevole. Forse non avrà dialoghi che passeranno alla storia, ma certo è un sequel che sarà impossibile dimenticare.

Adriano De Grandis – Il Gazzettino 

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