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Ippocrate

Thomas Lilti


Benjamin ha la certezza di essere un buon medico, anche se la prima esperienza nel reparto ospedaliero in cui lavora anche suo padre non sembrerebbe confermarlo. La responsabilità è schiacciante e il padre è tutt’altro che presente. Il tirocinio costringerà Benjamin a confrontarsi con i suoi limiti nel suo percorso verso la maturità. Con ironia un po’ amara e qualche striatura polemica Lilti sceglie un percorso realistico di traccia oggettiva nei contenuti e nello stile, peraltro non negando spazio alle emozioni.


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Francia 2014 – 1h 42′

S’è dovuto aspettare parecchio per vedere anche da noi Ippocrate di Thomas Lilti, regista del quale s’è molto apprezzato, qua, Il medico di campagna uscito alla fine del 2016. Il film di adesso precede a sua volta l’altro di due anni: sulla scia di un exploit ai premi César – gli Oscar francesi – e a livello tematico già parcheggiato, come il successivo, nello spazio della medicina con i suoi personaggi più significativi. Quello di
oggi, fresco di giuramento al padre della medicina che dà il titolo al film, s’imbatte nella giungla ospedaliera e diventa artefice di un racconto macchina in spalla svolto quasi coi modi del documentario, concentrato sui motivi dell’etica professionale e i suoi risvolti umani, felicemente spogliato di esiti spettacolari e altrettanto convenientemente fasciato di asciuttezza drammatica e recitativa. Del resto Lilti conosce bene, diciamo dall’interno, l’argomento, visto che alla passione per il cinema ha sovrapposto la carriera di medico e non ha trovato di meglio che parlare con piena consapevolezza e ottimi risultati di ciò che sa.
Per esempio del tirocinante Benjamin (Vincent Lacoste) e del suo ingresso nel reparto di medicina interna dov’è primario il professor Barois (Jacques Gamblin) suo papà, senza che tuttavia la parentela abbia in qualche maniera a condizionarlo, anzi rifiutandone per principio peso e vantaggi. Il reparto è tosto e i primi giorni, con le loro esperienze dirette come schiaffi, lo sono altrettanto. Benjamin fa i conti con la malattia, la sofferenza fisica e psicologica, la morte che a volte è inevitabile e a volte no, gli errori e gli orrori. Poi la distanza necessaria dai pazienti e, al contrario, la partecipazione fatale e, specie nei principianti, impulsiva: che diventano, applicati al cinema, un riverbero analitico di modelli recitativi e di rappresentazione sospesi, appunto, tra distanziazione e coinvolgimento, oggettività e discrezionalità. Lilti, nel raccontare questa storia che certo fiancheggia un’esperienza diretta, sceglie senza mezzi termini un percorso realistico di traccia oggettiva nei contenuti e nello stile, peraltro non negando spazio alle emozioni. Specie nel rapporto del giovine protagonista co suo padre e, soprattutto, con il collega algerino Abdel (Reda Kateb) col quale, dopo un approccio conflittuale e sfumato proprio in avvio, intreccia un legame fatto di amicizia, solidarietà e comune impegno contro l’ingiustizia, la discriminazione che Abdel subisce, le carenze strutturali dell’ospedale e – tutto il mondo è paese – i tagli di budget.
Per certi versi, più che a Ippocrate si pensa al suo ologramma, magari al suo fantasma. Con ironia un po’ amara e qualche striatura polemica. L’opera di Lilti, in questo senso, è prevalentemente morale e animata da nobilissimi propositi meritando, in questo e nelle sua virtù cinematografica, un plauso convinto. Poi, evviva: finalmente un ambiente ospedaliero affine alla realtà, lontano dalle serie tv di habitat coincidente zeppe di eroi ed eroine in camice bianco o divisa verde, supermen e catwomen, marziani della sala operatoria certo fascinosi e travolgenti nei ritmi del loro operare ma più vicini al videogioco che alla cose di questo mondo.
Accanto alla fotografia di Nicolas Gaurin, che nel movimento costante incoraggia il tono di cronaca, vale la pena di far cenno ad alcune scelte musicali molto raffinate: per esempio The Story Of the Impossible nell’alternative di Peter Von Poehl e Tell Me Something I Don’t Know col franco-indie rock degli Herman Düne. Ed è un bell’ascoltare.

Claudio Trionfera – Panorama

La vita è dura in corsia per i medici tirocinanti. Agli sforzi compiuti per non sembrare oggetto dei soliti favoritismi – il padre è il primario di reparto – il giovane Benjamin è costretto ad affiancare una dose di umorismo cinico nei rapporti con i colleghi più anziani e, soprattutto, una razionale professionalità nell’affrontare il dolore dei pazienti. A dare una mano all’aspirante dottore, tormentato dai dubbi, ci pensa Abdel, medico di origine algerina e sorta di figura paterna alternativa, insofferente alle pretese dei superiori e incline ai legami empatici con i pazienti.
Con Ippocrate, il francese Thomas Lilti, anche co-autore delle sceneggiatura, torna nuovamente a descrivere il mondo della sanità francese dopo l’interessante Medico di campagna (in realtà posteriore al film preso in esame) e punta la lente d’ingrandimento sui corridoi di un reparto ospedaliero della metropoli parigina. Senza mai scadere nella pornografia del dolore e forte della propria esperienza personale (Lilti è un vero medico), Ippocrate traccia un quadro efficace della vita di reparto, dei suoi umori, dei suoi problemi, raggiungendo difficilmente picchi emotivi ma anche senza una sbavatura.
L’uso implacabile della macchina a mano, lungi però da eccessi vertiginosi à la fratelli Dardenne, crea infine un piacevole effetto documentaristico, ma la sostanza filmica è pura fiction.

Gianfrancesco Iacono – cinematografo.it

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