Miserere

Babis Makridis

Un avvocato di successo, che deve accudire la moglie in coma in seguito ad un incidente stradale, è gratificato dalle numerose testimonianze di affetto e compassione da parte di tutti coloro che lo frequentano. Quando però, inaspettatamente la moglie uscirà dal coma e tornerà a casa, egli si troverà del tutto spiazzato e cercherà a modo suo di riconquistarsi la compassione, che gli è venuta a mancare. La storia di un uomo felice solamente quando si sente consolato per la propria infelicità, dipendente a tal punto dalla pietà da sentire il bisogno profondo di evocarla negli altri. Ad ogni costo…

 

Oiktos
Grecia/Polonia 2018  (99′)

 TORINO – Due sono le gabbie dentro cui è costretto a muoversi questo “uomo qualunque”, protagonista (non a caso senza nome) del bel film, opera seconda, del regista greco Babis Makridis (autore di L).

La prima è costituita dalla “messa in scena” fatta di inquadrature frontali, fortemente simmetriche e geometrizzanti, che lo costringono all’interno di spazi sempre ben “definiti”, l’altra è quella “scenografica” della casa in cui vive, che lui stesso si è costruito, fatta di un arredamento moderno firmato e di opere d’arte contemporanea perfettamente intonate con il resto, dove non c’è un oggetto fuori posto, specchio di uno status sociale alto borghese, ma che rimanda più ad un’assenza che a situazioni di vita vissuta.
Assenza che viene colmata dalle attenzioni di cui è fatto oggetto in seguito all’incidente della moglie: la vicina di casa che gli prepara le torte per la colazione, l’amico che cerca di distrarlo, il padre che si preoccupa per lui, il gestore della tintoria che gli chiede premurosamente notizie. Solo la pietà che provoca negli altri sembra garantire al personaggio quel bisogno primario che né la sua condizione sociale e professionale né la presenza di un figlio e di un cane possono appagare. Cosicché quando viene colpito dalla “buona sorte” e non ha più motivi per piangere, sprofonda nella contemplazione della sua solitudine e cerca di uscirne, ricreando le condizioni che gli permettono di vivere come vittima.
Ed è da questa seconda parte del film che l’autore si addentra in un territorio molto spinoso e affronta con grande sottigliezza il tema della “compassione”, intesa non nell’accezione del compatimento, ma della “condivisione del pathos”. Si può essere felici solo quando si è infelici?
A questo non facile interrogativo cercano di dare una risposta il regista greco e il suo sceneggiatore Efthymis Filippou (lo stesso di The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro di Lanthimos) con un’analisi sull’aspetto della sofferenza e della bramosia del dolore, che dà vita ad un film tra i più originali e devianti del cinema contemporaneo.
Sconfinando continuamente tra la commedia e il grottesco, Oiktos/Pity è un film giocato tutto sui contrasti, che rimandano sempre a quello primario felicità/infelicità: il contrasto tra la staticità della messa in scena, che appiattisce la superficie dell’opera e il tumulto non facile da tenere imbrigliato, che vi si nasconde sotto e il contrasto tra il volto impassibile del personaggio (un bravissimo Makis Papadimitriou) e quel sovraccarico di accumuli repressi, che troveranno la maniera più insana per venirne fuori.
Capace di suscitare un umorismo irresistibile e nel contempo una tristezza inconsolabile Babis Makridis, meno conosciuto di Yorgos Lanthimos, ma altrettanto velenoso e provocatore, muove da un’idea di partenza originale e profonda e, rimanendo miracolosamente coerente fino alla fine, attraverso la meccanicità estraniante della narrazione, riesce a spiazzare completamente lo spettatore.

Cristina Menegolli – MCmagazine 48

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