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Omicidio al Cairo

Tarik Saleh

Egitto, 2011. Alcune settimane prima della Rivoluzione. Una donna testimone di un omicidio in un hotel di lusso e Noredin, un poliziotto mediocre e corrotto a cui viene assegnato il caso. Presto diventa chiaro che le persone importanti della città non vogliono che si faccia luce sull’omicidio. Si innesca così un gioco sanguinario nel tentativo di insabbiare le prove. Ma, quando Noredin sceglie di spezzare le regole per ottenere giustizia, entra in conflitto non solo con il sistema, ma anche con se stesso. Omicidio al Cairo trasforma la trama noir in coraggiosa invettiva politica:la sicurezza del Potere si poggia sull’insicurezza dei cittadini. E la primavera (araba) tarda ad arrivare.
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The Nile Hilton Incident 
Svezia/Danimarca/Germania 2017 – 1h 47′

Omicidio al Cairo è un ottimo giallo classico un poco ispirato a un fattaccio vero: la bella prostituta sgozzata in hotel, clienti ricchi ricattati, un ricco imprenditore parlamentare di Mubarak nei guai, le foto spinte, la teste scomoda.
Chandler, Hammett, Ellroy, quella roba lì. Ma è il grigio fuori campo che impressiona: siamo dieci giorni prima di quel 25 gennaio 2011 quando il popolo si ribellò al regime, e gli esterni del Cairo sono impressionanti per la vastità della corruzione che lega i lati del Paese, dai taxisti ai capi della polizia che danno l’ordine di sparare sulla folla mentre gli ambulanti si lamentano dei cinesi. Non è un documentario ma è come se: viene in mente mille volte Giulio Regeni (si parla di un giovane torturato e ucciso), è oltre ogni limite l’assenza d’una regola morale: tutto è lecito, uccidere, torturare, ricattare e a nulla vale la battuta «la dignità non si può comprare».
Il poliziotto che indaga fumando no stop , mentre passa da maggiore a colonnello, è Noredin e lavora con lo zio capo con cui divide rotoli di banconote: l’onore della divisa è pieno di fango. Tanto che il documentarista Tarik Saleh, svedese di origini egiziane, è stato cacciato e la troupe ha girato il film a Casablanca. Interpretato da Fares Fares che si troverà senza via d’uscita, il complotto ha la sensualità e le luci di un paesaggio kafkiano, nel grigiore di un panorama di zombie, da hotel a 5 stelle ai bassifondi, l’albergo dei poveri. .

Maurizio Porro – corriere.it

L’indagine investigativa come pretesto per mostrare un quadro eterogeneo di una società corrotta, in cui si è perso il senso della giustizia. Tarik Saleh, regista svedese di origini egiziane, riporta le lancette indietro al gennaio 2011, nei giorni immediatamente precedenti la Primavera Araba Egiziana, narrando l’omicidio di una cantante al Nile Hilton del Cairo e la conseguente caccia all’assassino da parte del maggiore Noredin (Fares Fares). (…) Sin dalle prime immagini veniamo proiettati in un ambiente claustrofobico e malsano che rivela la sua ambiguità: il poliziotto in macchina attraversa le vie della città come un grande boss che riscuote mazzette ed elargisce protezione. I visi si confondono anonimi al di là del finestrino mentre in alto, più di un manifesto impone la immagine sorridente e serena del presidente Mubarak. Tarik Saleh fa ruotare tutta l’opera sulle robuste spalle di Fares Fares che lascia trasparire il dolore per la perdita della moglie e la consapevolezza che la propria libertà non è che una gabbia dorata. Più che di Chinatown e L.A. Confidential, sembrano forti i richiami di certo cinema paranoico (The Parallax View di Pakula e Il lungo addio di Altman) e di denuncia sociale (Cadaveri eccellenti di Rosi e Io ho paura di Damiani).
Sul modello di un Marlowe lacerato da dubbi esistenziali, Fares Fares subisce la progressiva delegittimazione della sua figura di investigatore: con i soldi si può comprare tutto tranne la dignità e dalla radio la voce della cantante uccisa è un memento mori quasi profetico. L’antenna della televisione è rotta e Noredin va perdendo con il tempo sicurezza e autorità, dissolvendosi nel fumo delle innumerevoli sigarette aspirate. Sulla scena del delitto si ruba il denaro della vittima, i poliziotti torturano i sospettati, mentre i vertici dirigenziali tendono a chiudere frettolosamente le indagini archiviando il caso come suicidio. L’incontro con la cantante Gina (Hania Amar) fa rivivere a Fares l’illusione di un sentimento d’amore ma il riflesso in uno specchio nasconde l’ombra del ricatto. Anche Gina non è libera, vive solo in una prigione più grande. La canzone al club Solitaire rimanda a un destino di solitudine comune a quasi tutti i personaggi del film: anche la cameriera somala Salwa (Mari Malek), unica testimone oculare del delitto, è sola, mentre si moltiplicano i cadaveri e le connivenze di un sistema pronto a stritolare l’innocente nei suoi ingranaggi.
Tarik Salek gioca molto coi contrasti: le ville e i campi da golf della borghesia arricchita contro le stanze sporche e affollate dei quartieri dormitorio; la confusione della rivolta per le strade e la visuale atarassica da una camera d’albergo che sembra affacciarsi su un mondo da favola; la gente che si inchina davanti al poliziotto protettore e la solitudine di una fuga che finisce in pieno deserto. Il messaggio è chiaro: in una realtà così opprimente e piramidale non c’è spazio per i sognatori..

Fabio Fulfaro – sentieri selvaggi.it

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