Roma

Alfonso Cuarón

Roma è il quartiere di Città del Messico dove è ambientata la storia di Cleo, giovane domestica al servizio di una famiglia altoborghese. Rimasta incinta, la ragazza viene abbandonata dal fidanzato proprio quando la padrona di casa viene lasciata dal marito. Le due donne si troveranno unite, assieme alla nonna, nel crescere i bambini di casa, mentre sullo sfondo si consumano le tensioni sociali culminate nel massacro del Corpus Christi (1971).


Messico/USA 2018 – 2h 15′

75° Festival di VE: LEONE D’ORO

 VENEZIA – “Un atto d’amore per la mia famiglia e il Messico…un ritratto intimo e personale delle donne che mi hanno cresciuto” lo ha definito Cuarón, ma anche un atto d’amore, vien da dire, per il cinema puro, il cinema nella sua espressione primaria, il cinema della profondità di campo, dei piani sequenza, il cinema in cui è il linguaggio che crea un surplus di senso. 

Una dichiarazione di poetica evidente fin dall’ inquadratura, su cui scorrono i titoli di testa: una ripresa dall’alto en plongèe su un pavimento piastrellato sul quale scorre dell’acqua formando delle pozzanghere, in una di esse appare improvvisamente (quasi una finta contre-plongèe) il riflesso di un aereo che vola lontano nel cielo. Un’oggettiva irreale, che produce un potere metadiscorsivo, in quanto non più legato semplicemente al contenuto dell’immagine, bensì al modo in cui tale contenuto ci viene mostrato e che richiede la collaborazione dello spettatore per la sua decifrazione. Il pavimento, scopriremo subito dopo, sarà quello dell’androne della casa della sua infanzia, che la domestica Cleo sta lavando, un mondo a cui, chi è volato lontano, vuole riavvicinarsi.
E sui movimenti incessanti di Cleo, impegnatissima nell’accudire la casa, da questo momento la macchina da presa si incollerà, nella sua esplorazione dello spazio, lo spazio della memoria, ma anche per produrre una graduale identificazione nel personaggio, alla maniera di Brillante Mendoza, il regista filippino, di cui Cuarón si dichiara grande ammiratore.
Per fare dei propri ricordi una forma di narrazione, per dare del passato una rappresentazione e una rilettura che è in primo luogo individuale, privata, affettiva, ma anche storico politica (il terremoto, i movimenti studenteschi, la repressione dei militari) e psicanalitica (le onnipresenti cacche del cane, i mobili di casa, le automobili, gli spettacoli televisivi, il cinema), Cuarón, in questo film ricorre a un rigoroso controllo della forma, che diventa una sorta di mantello protettivo per addentrarsi in un terreno spinoso e pericoloso come quello autobiografico.

Con un uso della profondità di campo degno di Orson Welles o di Mizoguchi, riesce a far convivere all’interno della stessa inquadratura due e anche tre piani di lettura, situazioni e sentimenti contrastanti, dolore e fede nella vita, nascita e morte, staticità e movimento. Basti pensare alla sequenza all’interno del cinema, in cui alle vicende rappresentate sullo schermo in lontananza si sovrappone il dialogo in primo piano di Cleo che confessa al fidanzato di essere incinta, ignara del fatto che di lì a poco verrà da lui abbandonata, o alla sequenza del parto con il volto di lei inconsapevole in primo piano e sullo sfondo i vani tentativi di rianimare il bambino nato morto.
Spazi diversi che convivono all’interno della stessa inquadratura per accrescerne la drammaticità, così come invece all’opposto sarà proprio l’uso del fuori campo a determinare la suspence nella bellissima sequenza del salvataggio di uno dei bambini che rischia di annegare, da parte di Cleo, che non sa nuotare. Sequenza in cui tutti gli elementi drammatici sono lasciati fuori dell’inquadratura, ma premono prepotentemente sui bordi di essa.
Un film, Roma, fatto di una casa con tante stanze e di un esterno pieno di voci, suoni, rumori accentuati dall’assenza di una colonna sonora musicale, ma soprattutto di donne (con il ruolo del padre relegato al suo correlativo oggettivo: l’imponente automobile che fa il suo ingresso trionfale nell’androne): la madre, la nonna, due domestiche, donne ferite dagli uomini (“noi siamo destinate a rimanere sole” dice la madre a Cleo), costrette a stringersi e sorreggersi in una sorta di mutuo soccorso femminile, forzato, disperato, affettuoso, profondamente umano.

 

Con quest’opera straordinaria, da lui profondamente voluta, al punto di decidere non soltanto di scriverla, dirigerla e produrla, ma anche di firmare personalmente le immagini in bianco e nero (facendo a meno per la prima volta del fido collaboratore Emmanuel Lubezki) Cuarón ci ha regalato uno splendido affresco di corpi, volti, avvenimenti, privo di rimpianto, visto con la consapevolezza del presente e lo sguardo del passato (“Quando ero grande” ripete spesso uno dei bambini, forse l’alter-ego dell’autore).

Cristina Menegolli – MCmagazine 47

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