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The Woman Who Left

Horacia, dopo aver trascorso trentanni in prigione per un omicidio che non ha commesso, viene liberata e torna al suo villaggio, diventato nel frattempo una città caotica abitata da un’umanità di derelitti. In carcere Horacia, benvoluta da tutti, aveva trovato un suo ruolo soprattutto nel raccontare delle storie; ora si sente disorientata e, abbandonata la casa natale e, usando vari travestimenti, si mescola con quella società di disperati, ai quali si affeziona e che cerca di aiutare. Nel frattempo si mette anche sulle tracce dell’uomo che l’ha fatta finire in galera e del figlio di cui non si hanno più tracce…
Un film fatto tutto di storie: da quella principale a quelle lette e scritte da Horacia, a quelle raccontate dai personaggi che lei incontra. Lav Diaz parte dall’impianto del romanzo ottocentesco ma parla “il suo” linguaggio delle immagini, fatto di piani fissi, di profondità di campo, per provare a indicare una direzione di significato, sempre sfuggente…

VENEZIA 73  LEONE D’ORO

 

Filippine 2016 – 3h 46’

VENEZIA– Nel conciso e sobrio discorso pronunciato nel ricevere il meritato Leone d’oro Lav Diaz ha dichiarato di dedicare il film e il premio a tutto il popolo filippino “per la sua lotta e alla lotta di tutta l’umanità”. A chi conosce altre opere di questo autore una tale dedica non può apparire come una formula di circostanza, in quanto contiene l’orizzonte entro il quale si muovono tutti i suoi film, che in un modo o nell’altro finiscono sempre per raccontare la storia di un popolo, che per quattro secoli è passato da una colonizzazione a un’altra, da quella spagnola a quella statunitense, di cui ancor oggi porta le conseguenze, con tutte le difficoltà che la conquista della libertà comporta. E alla decolonizzazione alludono le voci degli speaker radiofonici che accompagnano i titoli di testa, collocando la vicenda in un preciso momento storico: il 1997, anno del ritiro britannico da Hong Kong, anno in cui nelle Filippine si moltiplicavano i sanguinosi sequestri di persona, oltre che anno della morte di Lady Diana e di madre Teresa di Calcutta. La difficile conquista della libertà si può paragonare all’uscita da una prigione, allo spaesamento e alla ricerca dolorosa della propria identità, che questa comporta.
La Storia fa da sfondo dunque alla vicenda di Horacia (Charo Santos-Concio), la protagonista del film, che, dopo aver trascorso trentanni in prigione per un omicidio che non ha commesso, viene liberata e torna al suo villaggio, diventato nel frattempo una città caotica abitata da un’umanità di derelitti. Mentre in carcere Horacia era benvoluta da tutti, anche dalla direttrice e aveva trovato un suo ruolo nell’insegnare a leggere e scrivere ai bambini, ma soprattutto nel raccontare delle storie, che anche scriveva, nell’isola si sente disorientata, abbandona la casa natale e, usando vari travestimenti, si mescola con quella società di disperati, ai quali si affeziona e che cerca di aiutare: un venditore di balut, Hollanda, un travestito spesso vittima di pestaggi, una donna in preda a visioni. Nel frattempo si mette anche sulle tracce dell’uomo che l’ha tradita, facendola finire in galera, per vendicarsi e del figlio di cui non si hanno più tracce.L’impianto è quello di un romanzo ottocentesco e in effetti Diaz dichiara di essersi ispirato ad un racconto di Tolstoj Dio vede quasi tutto, ma poi aspetta, ed effettivamente Ang Babaeng Humayo è forse l’unico film di Diaz, in cui il racconto mantiene una sua compattezza e segue un percorso dai contorni nitidi e precisi. Il che non significa che egli rinunci alle sue dilatazioni temporali, alle sue deviazioni dalla traccia, fatte di piani fissi, di profondità di campo, ma sembra che qui non lo faccia mai per raggiungere la sospensione, cioè quel momento in cui il tempo del racconto si dissolve nella purezza della visione, si smarrisce in un punto imprecisato della giungla (urbana in questo caso).

 

Qui, al contrario sembra lo faccia per scavare, per tendere all’approfondimento, per dare concretezza reale a quelle figure ideali, che sempre abitano il suo cinema, a quelle idee, che si agitano, sotto forma di uomini, nel teatro della Storia. Qui le idee (la solitudine, la povertà, i soprusi, la vendetta) sono incarnate in persone, di cui possiamo
cogliere le intenzioni, i dubbi, i sentimenti, il perchè delle azioni. Persone che parlano quella che è stata adottata come lingua ufficiale, il tagalog, infarcita di espressioni inglesi e spagnole, persone che si chiamano Horacia, Pedra, Rodrigo, Hollanda, nomi stranieri, spagnoli, come del resto è quello del loro paese, scelto da un esploratore in onore a Filippo II di Spagna.
C’è chi ha detto che Diaz stavolta fa prosa più che poesia, ridimensionando il valore di questo film rispetto ai precedenti. In realtà, a mio parere, egli si limita a ridurre i momenti di contemplazione e di sospensione, per concentrare la sua attenzione sulla struttura e le modalità del racconto e sulle infinite possibilità di articolazione del discorso narrativo. D’altra parte Ang Babaeng Humayo è un film fatto tutto di storie: da quella principale a quelle lette e scritte da Horacia, a quelle raccontate dai personaggi che lei incontra nelle sue peregrinazioni notturne, ma Lav Diaz parla la lingua delle immagini, passando dalla massima libertà visiva dei piani fissi in profondità di campo, in cui ogni elemento e ogni figura è un veicolo di senso, a quelle sequenze in cui deve mettere a fuoco, per provare a stabilire delle coordinate, a indicare una direzione di significato, a fissare un punto. Ma questo punto sfugge sempre e le storie, come le vite, girano in tondo, come fa Horacia nell’ultima immagine e non si chiudono mai.

 

Cristina Menegolli – MCmagazine 41

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