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Tito e gli alieni

Paola Randi

Il Professore da quando ha perso la moglie, vive isolato dal mondo nel deserto del Nevada accanto all’Area 51. Dovrebbe lavorare ad un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti, ma in realtà passa le sue giornate su un divano ad ascoltare il suono dello Spazio. Il suo solo contatto con il mondo è Stella, una ragazza che organizza matrimoni per i turisti a caccia di alieni. Un giorno gli arriva un messaggio da Napoli: suo fratello sta morendo e gli affida i suoi figli, andranno a vivere in America con lui. Anita 16 anni e Tito 7, arrivano aspettandosi Las Vegas e invece si ritrovano in mezzo al nulla, nelle mani di uno zio squinternato, in un luogo strano e misterioso dove si dice che vivano gli alieni… Paola Randi mescola fantascienza e commedia, con un mondo tutto da scoprire che dà respiro a creatività ed emozioni, divertimento e commozione, commedia e favola.

 

 

Italia 2017 – 1h 32′

Il cinema italiano sa mescolare la fantascienza con la favola e i sentimenti. Generando anche spettacolo ed emozioni. Alla Steven Spielberg prima fase, insomma, con le dovute proporzioni di budget e macchine produttive. Bella notizia. Per verificare e credere basti vedere Tito e gli alieni che la milanese Paola Randi (di lei si ricorda il riuscito esordio con Into Paradiso, otto anni fa) s’inventa dal nulla – sua è anche la sceneggiatura, in collaborazione con Massimo Gaudioso e Laura Lamanda – risolvendolo con tali originalità, freschezza e intensità da proporlo come uno dei migliori film della stagione. In una cifra di “incontri ravvicinati” con un mondo tutto da scoprire che dà respiro a creatività ed emozioni, divertimento e commozione, commedia e favola.
Valerio Mastandrea è un pregio necessario del film. Perché attraverso la sua recitazione sempre un po’ speciale che mescola indolenza, ironia, cinismo e furbizia si realizza la giusta chimica tra gli elementi del racconto: che vuole sorprendere, sdrammatizzare e colpire al cuore ad un tempo facendo anche ridere e volare la fantasia. Egli è semplicemente Il Professore. Senza nome. Uno scienziato che ha messo a punto un sistema per captare le voci dell’universo. Alieni e non solo, perché di mezzo c’è anche il ricordo di Linda, sua moglie che se n’è andata lasciandolo nella prostrazione e che, forse, da lassù, un segnale glielo ha già spedito.
Per realizzare il suo sogno, il professor Mastandrea s’è andato a stabilire nei paraggi di uno dei luoghi più desolati e misteriosi al mondo: l’Area 51 in pieno polveroso Nevada, dove chi è un po’ informato di cose ufologiche sa benissimo che si nasconderebbero, coperti da un furioso segreto di stato, i resti dell’Ufo precipitato a Roswell il 2 luglio 1947 col suo carico di extraterrestri; e dove sarebbe stato edificato, in gran parte underground, un gigantesco laboratorio per lo studio di quei reperti e lo sviluppo di nuove tecnologie militari.
C’è chi ci crede e chi no. Probabile che il Professore appartenga al primo gruppo se è andato proprio là, solitario, nostalgico e verosimilmente malinconico. Riuscendo a farsi finanziare il progetto – chiamato proprio Linda – dal governo americano e costruendo un complicato marchingegno a metà strada tra la tecnologia avanzata e il giocattolone, la scientificità e l’empirismo con l’obiettivo di acciuffare il vagheggiato segnale cosmico. Solitudine e attesa. Rotte di tanto in tanto dalle visite di Stella (Clémence Poésy), americanina che vive a qualche miglio di distanza organizzando matrimoni per turisti in cerca di dischi volanti (turismo sempre più fiacco a dire il vero “perché nessuno crede più agli alieni” – e questo è un brutto indizio diciamo noi), facendogli da autista e portandogli qualche approvvigionamento. Ma soprattutto troncato, quell’eremitaggio, dall’arrivo da Napoli dei due nipotini Tito e Anita (Luca Esposito e Chiara Stella Riccio), sette e sedici anni di energia pura, rimasti orfani tempo prima della madre e, adesso, del papà fratello del Professore, che in punto di morte li ha spediti in America con tanto di videomessaggio registrato.
E la storia cambia rotta. Esplodendo in mille coriandoli vitali e svolte imprevedibili – inclusa, forse, quella della latenza sentimentale tra il Prof e Stella – dove il piccolo Tito, nella sua esuberanza di scugnizzo apologeta del postmodernism antirazionale, spariglia le carte e diventa il medium perfetto per agguantare i sogni di contatto. E, in fondo, di tutto il film, che oltre la prova maiuscola di Mastandrea si proietta su un orizzonte di spasso metafisico, sperimentale e seduttivo. Un piccolo capolavoro di equilibrio tra commedia, favola adulta e fantascienza, carico di vibrazioni e incursioni negli affetti più segreti, di ragazzini finalmente non-belanti, di passionalità e commozioni non soltanto estetiche.
Perché i close encounters – di quale tipo non saprei dire – ricercati dal Prof e magari da tutti noi stazionano nella parte più remota e magica dell’universo, quella della memoria, degli affetti perduti e delle anime flottanti che vogliono essere ricordate e dialogare attraverso gli strumenti di uno scienziato romantico e malin-comico. Elementi che Randi ordina e sposta con un intelligente sistema di cromatismi e prospettive di ripresa….

Claudio Trionfera – panorama.it

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