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Voci lontane… Sempre presenti

Terence Davies

Durante la seconda guerra mondiale, a Liverpool, tre giovani fratelli – Eileen, Maisie e Tony – crescono ossessionati dai contrasti con il padre che continuamente sottopone a violenza la moglie quando tenta di opporsi alla sua ira. Divenuti adulti, dopo che il padre, prima di morire, ha riconosciuto i suoi torti, i tre si sposano in tempi diversi: ma ognuno dei tre, il giorno delle nozze, avverte la mancanza del genitore, ricordandolo nei suoi rari momenti di umanità. Cinema personale, elegante e intelligente, che sa toccare corde emotive universali con semplicità ed efficacia davvero sorprendenti.

Distant Voices, Still Lives
Gran Bretagna 1988 – 1h 25′

PARDO D’ORO PER IL MIGLIOR FILM AL FESTIVAL DI LOCARNO

Voci lontane… sempre presenti è un piccolo grande film da amare, con folgorazioni visive straordinarie, momenti di intensità e rigore filmici magistrali (vedi l’uso del colore), pensati e realizzati sull’onda della commozione ma anche distanziati dallo stile e da un senso comune del pudore che non permette di inserire l’autore nella casella dei romantici spudorati. Davies è regista personalissimo, convinto che un uomo li possa valere tutti, e non ha problemi nel parlare dei suoi problemi, dell’invadenza paterna, dell’amore assoluto per la madre, della violenza della religione. È cinema in stato di grazia, e quel che più importa è un cinema che ciascuno può indossare e misurare sulla propria coscienza, riuscendo a trovare, attraverso l’eco di un’emozione privata, un brivido che ci riguarda tutti. Che è poi, diciamolo, il lasciapassare della poesia.

Maurizio Porro – Il Corriere della Sera

Durante la Seconda guerra mondiale, a Liverpool, tre fratelli – Eileen (Angela Walsh), Maisie (Lorraine Ashbourne) e Tony (Dean Williams) – crescono ossessionati dai contrasti con il padre violento (Pete Postlethwaite) verso la moglie sottomessa (Freda Dowie). Dopo la morte del padre, i tre si sposano in tempi diversi: ma ognuno dei tre, il giorno delle nozze, avverte la mancanza del genitore, ricordandolo nei suoi rari momenti di umanità.

Ritratto famigliare suggestivo e vivido in cui i ricordi del regista si mescolano a uno sguardo partecipe e commosso verso un mondo in dissoluzione. Con una capacità evocativa straordinaria e uno stile decisamente originale (che mescola piani narrativi e temporali e sfrutta in maniera insolita gli effetti sonori), Davies restituisce visivamente una dimensione fantasmatica in cui passato e presente si confondono e su tutto aleggia un senso di morte, di tragedia e fine imminente. Abile nel combinare i toni più drammatici con tocchi di leggerezza e ironia, Davies sa raccontare in modo essenziale e con notevole sensibilità e delicatezza le difficoltà quotidiane di un microcosmo in cui asprezze e conflittualità convivono con momenti di sincera tenerezza e contribuiscono a descrivere un’umanità fragile e sperduta, rude e spaventata, bisognosa d’amore e consapevole della propria precarietà. Cinema personale, elegante e intelligente, che sa toccare corde emotive universali con semplicità ed efficacia davvero sorprendenti. Grande direzione attoriale con un Pete Postlethwaite sugli scudi..

Longtake

Le canzoni sono il tramite, le depositarie della memoria collettiva, l’onda musicale che apre e chiude le cicatrici comuni. Conta anche l’uso del suono col ricorso frequente all’asincronismo dei rumori, delle voci, delle musiche. Soltanto nella seconda parte il ricorso alle canzoni diventa un po’ ripetitivo, ma qui emerge la profonda natura del film: il mondo vi è rappresentato dalla parte delle donne. Perciò ho parlato anche di durezza, con pudore, senza sobbalzi polemici, con dolce pacatezza il giudizio sull’universo maschile e la sua volgarità è inesorabile. Andate a vedere questo Davies. Quando ne uscirete, avrete capito meglio perché i Beatles sono nati e cresciuti a Liverpool.

Morando Morandini – Il Giorno

Guardando i film di Terence Terence Davies si ha la sensazione di essere avvolti in una calda coperta di lana, accanto ad un camino acceso, con una pioggia insistente che scroscia fuori dalla finestra. Si ha la sensazione di ascoltare il racconto accorato di un nonno che ricorda la sua infanzia e che gioca con le parole e la fantasia riempiendo i vuoti di memoria con immagini troppo luminose per corrispondere alla realtà. Si ha l’impressione che ricordare sia rivivere e che rivivere sia essenzialmente vivere il passato una seconda volta, in maniera leggermente diversa.
La Liverpool degli anni ’40/’50 di Voci lontane… sempre presenti è fascinosa ma violenta, è una città operaia, industriale, grigia fuori ma di un rosso lavico all’interno dei singoli appartamenti dove batte un cuore popolare e dove la convivenza domestica è una miscela ondeggiante di gioie e afflizioni, successi e amare sconfitte. Davies descrive a pennellate impressionistiche e quindi non-descrive ma impressiona. Gli stacchi fra le sequenze sono invisibili perché nella vita non ci sono sequenze ma ininterrotte catene luminose prive di cesure.


Nel film si susseguono e rincorrono temi cari al regista: la lontananza affettiva del padre e al contempo la sua opprimente presenza gerarchica, la figura materna amorevole ma sottomessa, gli spazi angusti che ispirano socialità, la rassegnazione femminile e la burbera prepotenza maschile, la Storia che si insinua nelle piccole storie quotidiane. Grande e persistente protagonista è la musica, la canzone, la melodia che avvolge con il suo manto spensierato il nitore onirico delle immagini. Spesso la canzone è diegeticamente inserita in scene di intima socializzazione (feste, pub, ricorrenze) ed esplicitamente cantata dai personaggi sullo schermo, altre volte è extra-diegetica e si presta a profondi contrasti visivo/sonori come quando un atto di brutale violenza domestica è accompagnato e, paradossalmente, reso ancor più insopportabile dalla voce di Ella Fitzgerald che canta Taking a chance on love.
Davies è un soffio di pura poesia malinconica all’interno del panorama cinematografico inglese, un autore in grado di condurci nelle sue memorie in punta di piedi e di farci credere che, in un tempo ormai passato, siamo stati anche noi accanto a lui, nella Liverpool degli anni ’40, a berci un rum and pep e ad ascoltare Peter Pears.

Matteo Ruzza – lapellicolascaduta.it

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