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About Endlessness

Roy Andersson


Om Det Oandliga
Svezia 2019 (90′)
VE 76° – Leone d’argento: miglior regia

 VENEZIA – No, non è sempre lo stesso film. Con About Endlessness Roy Andersson ripropone gli elementi che caratterizzano la sua rappresentazione, ma al contempo porta avanti e sviluppa il suo discorso sull’essere “esseri umani”. Se il film Leone d’oro nel 2014, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, aveva colpito, divertito e in alcuni casi scioccato gli spettatori con la particolarità delle scelte stilistiche e anti-narrative, questo film permette di apprezzare più in profondità il discorso che Andersson continua anche dopo aver concluso la trilogia sull’umanità.
   La messa in scena che il regista sceglie per permetterci di osservare la condizione umana è ormai consolidata: nei suoi tableaux vivants a camera fissa i personaggi, cui il trucco conferisce un pallore innaturale, vengono ripresi da una precisa angolatura, in uno spazio dai colori desaturati, illuminati da una luce senza ombre, in modo che, come spiega il regista, non possano nascondersi.
In questo film Andersson inserisce per la prima volta una voce over: è una voce femminile, gentile, che, come una moderna Sherazade, ripetendo la frase ”ho visto un uomo che…“ ci invita ad osservare chi ci circonda e a scoprirne la sofferenza. E i 29 quadri ci offrono esempi della disperazione dell’esistenza, dalle contrarietà più banali ( la donna a cui si rompe un tacco) alle tragedie vere e proprie, sia personali ( i genitori che hanno perso un figlio) sia storiche (Hitler nel bunker). A questo punto una battuta e la messa in quadro magistralmente costruita svelano, spesso attraverso il gioco dei piani, paradossi e contraddizioni: un esempio per tutti, la tragedia incompresa del povero prete che ha perso la fede. È la grande lezione dell’Umorismo novecentesco, per cui si sorride e insieme si prova pietà. “ Questo film è sull’infinitezza dei segni dell’esistenza, i segni dell’essere umani”, afferma il regista. Vedendolo non si può non pensare alle origini dell’”humanitas”, al verso di Terenzio: “Sono un essere umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo” .


Se questo è il centro di tutta l’opera di Andersson, in About Endlessness il regista ci invita anche a fare con lui un percorso. L’inquadratura che apre il film ci mostra una coppia su una collinetta che osserva al di là di una siepe l’orizzonte, situazione che non può non evocare L’infinito leopardiano. Cosa vedono i due? Cosa immaginano e pensano? La frase che lei pronuncia è rivelatrice: “È già arrivato settembre”.
Man mano che i quadri si susseguono ci accorgiamo di come in essi convivano elementi opposti, in alcuni con un contrasto estremo: l’immagine poetica dei due amanti sospesi in cielo, ispirata da Chagall, fluttua sulla cupa distesa di macerie di Colonia distrutta. In un altro quadro è il dialogo a essere rivetatore: di fronte a un concetto come la prima legge della termodinamica, che dice che ogni cosa è energia e che essa non può essere distrutta, ma solo trasformata, possiamo avere le vertigini, oppure coglierne le conseguenze più buffe. Attraverso la dimensione del contrasto Andersson riesce a farci percepire la compresenza di banalità e complessità, di orrore e bellezza, di limitato e elevato, di finito e infinito. Ed è struggente allora il grido del personaggio che nel bar, circondato da esseri  umani raggelati da tristezza, malumore, indifferenza, indicando la neve che cade, chiede: “ Non è fantastico?” Oppure l’immagine del padre che, accompagnando la figlia ad una festa di compleanno sotto una pioggia impietosa, lascia cadere l’ombrello per allacciare le scarpe della sua bambina.

La vita ci offre tanto. About Endlessness, mostrando tanta disperazione, ci rivela anche tanta bellezza: ci fa compiere un percorso che è come una seduta di meditazione e ci incanta. In questo senso l’inquadratura finale è quasi un test: se vedete solo un uomo con la macchina in panne in mezzo al nulla, forse sarebbe meglio rivedere il film..

Licia Miolo – MCmagazine 52

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