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BlacKkKlansman

Spike Lee

1973. La storia vera di Ron Stallworth, un detective di Colorado Springs che ebbe il coraggio di sfidare il Ku Klux Klan per impedire che il gruppo prendesse il controllo sulla città. L’agente infiltratosi nell’organizzazione, riuscì a scoprire molti segreti, pur essendo afroamericano. Un film che guarda all’America di ieri per parlarci dell’America di oggi. Con ritmo serrato e dialoghi incalzanti, tra technicolor e bianco e nero, finzione e realtà, Lee firma un apologo paradossale sul peggio che sempre ritorna


CANNES 71° – Gran Premio della Giuria

 

 

USA 2018 – 2h 8′

 

E Spike Lee finalmente ha fatto ancora la cosa giusta, BlacKkKlansman detective story tratta da un’incredibile storia vera. Ci si emoziona, ci si indigna anche ridendo con evidenti rimandi a oggi e il finale con gli incidenti razzisti in Virginia del 2017: America First, come dice l’innominato presidente. (…) Si imparano molte cose, anche il prezzo del cappuccio con cui i razzisti nascondevano il volto: II film s’impenna con due donne ai semafori ideali opposti, senza mancare di adrenalina, stavolta utile. Una lezione anti razzista di cui c’è sempre bisogno. Siamo nei 70 (blaxploitation, Shaft…) con sguardo contemporaneo ed evidenti richiami cinefili: Rossella O’Hara in Via col vento che di razzismo se ne intendeva, mentre dal volto di Harry Belafonte che spiega come fu dura per i neri, viene il momento più commosso. Tra technicolor e bianco e nero, finzione e realtà, gag e spari, delirio e civiltà, illusioni e delusioni, Lee firma un bellissimo e straziato apologo paradossale sul peggio che sempre ritorna e sul cinema che tiene il piede in due scarpe.

Maurizio Porro – Corriere della Sera

Spike Lee is b(L)ack. E, forse mai come questa volta, è anche blaXploitation. Il regista di Fa’ la cosa giusta e Malcolm X ritrova lo smalto dei bei tempi tornando alle tematiche che ne hanno contraddistinto i lavori migliori. Questa volta prende spunto dal libro autobiografico di Ron Stallworth e ci riporta nell’America anni ’70, a Colorado Springs. Stallworth (John David Washington) è il primo agente di polizia nero in città. Stanco di occuparsi delle scartoffie, accetta di infiltrarsi ad un raduno di studenti afroamericani per l’arrivo di un carismatico leader inneggiante la black revolution. Ma l’indagine che davvero lo porterà alla ribalta è quella che inizia qualche giorno dopo, quasi per caso. Gli basterà comporre il numero telefonico comparso su un annuncio pubblicitario, e da lì a poco – inneggiando alla supremazia bianca (“God Bless White America!”) diventa un membro del (riformatosi?) Ku Klux Klan, arrivando persino a intrattenere lunghe conversazioni con il leader David Duke e servendosi di un collega bianco (l’ebreo Flip Zimmerman, interpretato da Adam Driver) quando bisognava presentarsi ai vari raduni.

BlacKkKlansman guarda all’America di ieri per parlarci, ovviamente, dell’America di oggi. Con ritmo serrato e dialoghi incalzanti, Spike Lee – che comunque la tira un po’ troppo per lunghe (128’) – contrappone i movimenti del black power al riformarsi di cellule di suprematisti bianchi. Gioca ovviamente sull’incredibile “comicità” data dall’assurdità della situazione, e in questo sfrutta alla perfezione il carisma di John David Washington oltre alla risaputa bravura di Adam Driver, per poi colpire dritto al cuore quando rintraccia in “capolavori” come Birth of a Nation di David Wark Griffith i prodromi di un immaginario cinematografico su cui un’intera nazione ha saputo (ri)costruire il proprio razzismo, strisciante e subdolo, quotidiano e politico. Ed è un filo che corre lungo un intero secolo, al grido di “America First!”, slogan riutilizzato da Donald Trump all’indomani dell’elezione presidenziale del 2017. Slogan che, nel 1916, utilizzò Thomas Woodrow Wilson nel 1916, dando il là ad un “nuovo” periodo di segregazione razziale infame e terribile, che Spike Lee rievoca attraverso le parole di Harry Belafonte.
Un film che sta ovviamente dalla parte giusta, e che per farlo si serve giocoforza di stilemi e trovate di facile presa, con qualche didascalismo di troppo (vedi i filmati conclusivi sui recenti fatti di Charlottesville). Ma che non può passare inosservato.

Valerio Sammarco cinematografo.it

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