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Capri-Revolution

Mario Martone

Siamo nel 1914, l’Italia sta per entrare in guerra. Una comune di giovani nordeuropei ha trovato a Capri il luogo ideale per la propria ricerca nella vita e nell’arte. Lucia, una capraia del luogo, ne resta affascinata e grazie anche al giovane medico del paese “oserà” entrare in contatto con un mondo “rivoluzionario” per l’arcaica mentalità della comunità dell’isola e della sua famiglia. Un film che parla di spinte e ideali in un’epoca che ne sembra priva. Lucia, nell’abito rosso che a un certo punto indossa, rappresenta la passione, innanzitutto quella di Martone per l’arte, patrimonio prezioso e indispensabile.
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Italia/Francia 2018 – 2h 2′

Doveva intitolarsi Capri-Batterie il nuovo film di Mario Martone, in omaggio a un’opera di Joseph Beuys composta da una lampadina che ricava da un limone l’energia elettrica per accendersi. E invece, nonostante l’artista tedesco riviva nel pittore filosofo Seybu, che in realtà si identifica con Wilhelm Diefenbach, è stato cambiato in Capri-Revolution. E a ragione, perché la storia della capraia Lucia che scopre la condivisione, la lettura e la cucina vegetariana chiude una trilogia sulla ribellione, che in Noi credevamo era quella dei giovani che fecero il Risorgimento, ne Il giovane favoloso quella delle parole di Leopardi, mentre qui coincide ­(grazie alla danza, la poesia e la letteratura) con l’emancipazione di una donna da una famiglia e una società patriarcali. Il regista napoletano le donne le ha già raccontate, ma nessuna ha la forza della ragazza dai capelli scuri interpretata da Marianna Fontana, eroina di un film libero come l’amore che il regista racconta, ancestrale come le montagne “precipitate” in mare che formano l’isola eppure contemporaneo.
Contemporaneo Capri-Revolution lo è perché l’utopia primonovecentesca di cui narra, e che si intreccia all’idea di una guerra intesa come cambiamento e “igiene”, rimanda al desiderio, ora più che mai irrealizzabile, di compassione e di accoglienza del diverso. Questo messaggio arriva a visione conclusa, dopo una scena finale maestosa e bellissima. E arriva in seguito a una fusione totale fra la macchina da presa di un regista che ama filmare gli interni o le vie delle città e la natura, scrigno corpi nudi che, ballando, ricordano “La città futura” di Matisse. La natura, nel Martone #MeToo va a braccetto con la Storia: con gli ideali socialisti del medico del paese e con i primi flussi migratori, con un mondo devastato dai colpi di fucile che il pacifismo forse non salverà, ma che la lingua del cinema di un artista fiducioso nell’umano ingegno di certo renderà meno brutto

Carola Proto – comingsoon.it

Una pastorella sull’isola di Capri si imbatte in artisti che ballano nudi nei boschi. Alla vigilia della Prima guerra mondiale ne verrà fuori con una coscienza rivoluzionaria e pacifista, oltre che con un temperamento artistico alla Pina Bausch (“non danzate sulle tavole di legno, rimanete in contatto con la terra”). La comune di inizio secolo è liberamente ispirata alle ammucchiate del pittore Karl Wilhelm Diefenbach, e sicuramente la guardiana di capre era più indifesa, malleabile, influenzabile, di qualsiasi ragazza americana degli anni Settanta mai incontrata da Woody Allen.
In Capri-Revolution la liaison della pastora analfabeta con l’artista forestiero vale come liberazione dal maschilismo. Serve a imparare l’inglese in pochi mesi (partendo dal dialetto che verosimilmente la guardiana di capre parlava in famiglia, per gentile concessione di padre e fratelli). Serve a diventare vegetariana in un posto dove la carne era un miraggio (li ha visti mai Mario Martone i ragazzini scheletrici fotografati dal turista sessuale Von Gloden?). Serve a spogliarsi mostrando un corpo uscito dall’estetista, una “pista d’atterraggio” appena accennata. L’attrice è Marianna Fontana (già vista come gemella siamese in Indivisibili di Edoardo De Angelis). Fa quel che può, considerato che per malinteso realismo magico deve volare sopra i Faraglioni (difficile restare seri anche quando mangiano sedano e carote, mai un pomodoro). Statistica: è la seconda volta che un regista per darsi arie scomoda Joseph Beuys. Martone con il limone-lampadina, Opera senza autore con il grasso di balena.

Mariarosa Mancuso Il Foglio

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