Dolor y Gloria

Pedro Almodóvar

Salvador Mallo (Antonio Banderas) è un regista cinematografico ormai sul viale del tramonto. Soffrente nel corpo e nello spirito, fa il punto sulla sua vita: la sua infanzia negli anni ’60, il primo desiderio e il primo amore, la scoperta terapeutica del cinema… E Dolor y Gloria è proprio una dichiarazione d’amore al cinema (semiautobiografica) di memorabile sincerità e potenza, sorprendente e commovente.

Spagna 2019  (113′)
CANNES: miglior interprete maschile

 CANNES – Era l’unico dei grandi a non essersi dimostrato inferiore alle attese, dato per favorito fin dall’inizio, mai vinto un festival importante… e invece Pedro Almodóvar, 70 anni a settembre, anche stavolta non ce l’ha fatta a portarsi a casa la Palma!.


U
nica (non piccola) soddisfazione il premio per la migliore interpretazione ad Antonio Banderas, da lui scoperto 30 anni fa (qui alter ego del maestro) che nel commosso discorso di accettazione non ha esitato ad esprimer una dedica sincera: ”a lui devo tutto quello che sono“.
E sì che Dolor y Gloria (uscito in Spagna fin da febbraio, ma sappiamo che questo non è impedimento per partecipare al concorso, vedi Moretti qualche tempo fa) è senz’altro il suo migliore film di Almodóvar da diversi anni a questa parte, diciamo da Parla con lei o addirittura da Tutto su mia madre. Ed è prima di tutto un racconto apertamente autobiografico, quasi una riuscita, crudele seduta di autoanalisi.
In effetti, l’autore sembra abbia subito un importante intervento alla schiena, dopo una malattia protrattasi per diversi anni (e questo spiegherebbe certe sue recenti prove meno convincenti). Ad ogni modo, scomparso il dolore e tornata la voglia di lavorare (fare cinema è un lavoro eminentemente fisico, aveva dichiarato in una intervista) eccolo di nuovo in pista.
Subito etichettato dalla critica spagnola come ”l’8 e mezzo di Almodóvar“, Dolor y Gloria (anche se non mancano le assonanze e addirittura le citazioni) è in realtà qualcosa di molto diverso. Innanzitutto, al contrario della maggior parte di tutti i suoi film precedenti, dove le protagoniste erano quasi sempre donne, qui tutto ruota attorno alla figura di Salvador Mallo (quasi un anagramma peraltro), un famoso autore e regista spagnolo che non riesce più a creare anche e soprattutto a causa di numerosi problemi fisici (abbondantemente illustrati da diagrammi e radiografie) e dalle relative ricadute psicologiche. Chiuso nella sua casa da artista, piena di opere d’arte, simboli e rimandi alla sua vita passata, si abbandona al flusso dei ricordi. Ed ecco gli estesi flash back di lui bambino nel villaggio natale, con una Penélope Cruz incantevole nel ruolo della madre:  la povertà, la vergogna di abitare in una caverna di tufo, la bravura a scuola e nel canto, l’accettazione del seminario come unico modo per continuare negli studi… Ee soprattutto il primo, rivelatore turbamento sessuale al vedere nudo il giovane muratore a cui ha accettato di insegnare a leggere e a scrivere.
È questa la parte più poetica, ma forse anche più banale e già vista in altri suoi film (La mala educacion), ma sarà l’incontro con Alberto Crespo, suo attore in un film di 30 anni prima di cui la Cineteca Nazionale ha promosso il restauro, ad introdurlo all’uso della droga, eroina aspirata, e a dargli momentaneo sollievo (ma su questo punto Almodóvar interrogato ha detto trattarsi di licenza poetica!). Ad ogni modo il tema della droga, l’eroina, su cui Salvador all’epoca aveva scritto un monologo, diventa il trait d’union con la vicenda principale del film. Poiché era questo il problema del grande amore della sua vita, quel Federico (l’attore argentino Leonardo Sbaraglia) che, vent’anni dopo, curato, fattosi una famiglia a Buenos Aires, ritorna, al termine di una rappresentazione, a risvegliare nel regista, malato e solo, un mare di sensazioni e di ricordi.
E il (breve) incontro tra di loro, il dialogo culminante nel casto ma vero bacio d’addio tra i due ex-amanti è tra le cose più belle del film e, verrebbe da dire, dell’intera traiettoria artistica di Almodóvar.


Non da meno è tutta l’ultima parte del film, incentrata sulla figura della madre, interpretata da una incredibile Julieta Serrano. Ispirandosi alla reale figura di sua madre, scomparsa quattro anni fa, il regista ci delizia con una serie di scambi affettuosi (è anche il miglior momento del Banderas attore) che sono ad un tempo l’accettazione di una eredità e di un destino, una dichiarazione d’amore senza limiti, un atto di contrizione e una richiesta di perdono purtroppo fuori tempo: “non ti ho lasciato venire a vivere con me a Madrid, impegnato come ero a viaggiare e a girare i miei film, non ti ho portato a morire al paese…”.
Ma tant’è. Fugato l’incubo di un tumore, operato alla schiena, fatti per quanto possibile i conti col proprio passato e colle persone che ha amato, Salvador Mallo, alias Pedro Almodóvar può tornare a lavorare. Titolo del film? El primer deseo!
P.S.
Consolazione, coincidenza? Con lodevole tempismo il 15 giugno la Biennale ha diramato la notizia che durante la prossima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia il regista spagnolo verrà insignito del Leone d’oro alla carriera.

Giovanni Martini – MCmagazine 51

Lascia un commento