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A Hidden Life

Terrence Malick


USA/Germania, 2019  (180′)

 CANNES – A Hidden Life, titolo del nuovo film di Terrence Malick in concorso a Cannes, è una citazione dal romanzo Middlemarch di George Eliot, laddove la scrittrice vittoriana si congeda dai suoi lettori invitandoli a non dimenticare che il poco o molto di buono che esiste nel mondo sia spesso dovuto a personaggi non storici, a coloro che hanno vissuto con fede “una vita nascosta” e giacciono in ”tombe non visitate”.

  Finalmente, dopo i quasi vent’anni di assenza ed il recente frenetico periodo dei film mistici, esistenzialisti (ma anche solipsistici ed autocelebrativi) culminato nell’astrazione immaginifica di Voyage Of Time, il regista americano torna al modo narrativo dei suoi tempi migliori, quelli de I giorni del cielo e La sottile linea rossa. E i risultati si vedono.
Ispirato alla reale vicenda di Franz Jaegerstaetter, un contadino austriaco che pagò con la morte il suo rifiuto di giurare fedeltà al regime hitleriano, A Hidden Life è un film strutturato e potente e tuttavia pervaso da una altissima spiritualità. Sainkt Radegund (e Radegund doveva in origine essere il titolo del film) è un paesino della Stiria austriaca. Li, sullo sfondo di un paesaggio idilliaco, vivono Franz e Fani. Si sposano, hanno tre figlie, lavorano la loro terra. Lui, fervente cattolico, lettore della Bibbia, gode della stima di tutto il villaggio. Ma il Male, come le nuvole nere che incombono sulle cime circostanti, è in agguato.
La Anschluss, l’annessione dell’Austria al terzo Reich, è del 1938, e viene suggellata da un referendum al quale Franz è l’unico a rispondere no. Quando poi scoppia la guerra, tutti i cittadini austriaci sono chiamati alle armi e a giurare fedeltà al Fuhrer. Solo lui, sorretto ed ispirato dalla sua fede cristiana, si rifiuta di dare il suo assenso ad un regime e ad una guerra ingiusta. Comincia qui il suo calvario.Tutto il paese gli volta le spalle, chiamandolo vigliacco e traditore, la moglie e le figlie vengono ingiuriate e messe al bando.
Si rivolge allora alla sua Chiesa, prima il parroco, poi il vescovo.Ma la risposta è una sola: rinunzi al suo egoismo e alla sua superbia, ad un sacrificio in ogni caso inutile. Umiliato bastonato, incarcerato dapprima in Austria poi a Berlino, Franz Jagerstatter nel 1943 a 36 anni viene giustiziato a mezzo ghigliottina.
Nel film, a nulla saranno valsi gli estremi tentativi dell’inquisitore (Matthias Schoenaerts) ”non sono stato io a fare il mondo ne sarai tu a cambiarlo” e del giudice d’appello (onore a Bruno Ganz nel suo ultimo cameo!) che senza crederci ormai rassegnato fa appello ai suoi doveri di marito e di padre. Tornato, letteralmente ci viene da dire, coi piedi a terra e a confrontarsi con la Storia e con una storia reale, Malick in quasi tre ore ci fa assistere alla ”crocifissione“ di un uomo comune che assurge a misura del bene e del male, a simbolo e testimone di un cristianesimo reale e vissuto.


Stilisticamente, A Hidden Life non è poi così diverso dai più film più recenti, che a Malick hanno attirato tante critiche e alienato tante simpatie. Rimane il continuo ricorrere alle voci fuori campo, soprattutto nei molti scambi epistolari tra lui e la moglie. E continuano(pur con un diverso cinematographer, Jörg Widmer invece dell’abitualeo Lubezki) le zoomate a perdita d’occhio, le immagini ampie, i grandangoli, i paesaggi percorsi dal vento, i cieli minacciosi, a simboleggiare il mistero della vita e la presenza della divinità. Che però qui, ancorati come sono ad una vicenda storica e di profondo profondo significato morale, appaiono più che giustificati e quasi necessari, intrinseci alla narrazione.
Il protagonista (proclamato beato nel 2006, sotto il pontificato di Benedetto XVI), è interpretato. dall’attore austriaco August Diehl (Il giovane Marx), davvero straordinario.

Giovanni Martini – MCmagazine 51

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