blog

Eldorado

Markus Imhoof

Traendo ispirazione dal suo incontro con una rifugiata italiana che venne accolta dalla sua famiglia durante la seconda guerra mondiale, Markus Imhoof, 37 anni dopo La barca è piena, torna a raccontare il dramma dell’emigrazione e la gestione dell’emergenza rifugiati tra Italia, Germania e la sua Svizzera.


Svizzera/Germania 2018 (90′)

 

  In dirittura finale il Festival di Berlino diventa politico e riscopre la sua natura più autentica. Il regista svizzero Markus Imhoof è stato accolto tra gli applausi alla presentazione del suo nuovo film, Eldorado. Un documentario sulla politica europea di immigrazione e gestione dell’emergenza rifugiati. Imhoof alla Berlinale aveva presentato 37 anni fa, era il 1981, un film con una tematica molto simile: Das Boot ist Voll, “la barca è piena”. Ci vinse l’Orso d’Argento e fu nominato all’Oscar.
Imhoof questa volta ci mette anche la sua biografia. E l’opera diventa una macchina del tempo tra ricordi e documenti d’epoca in arrivo dalla sua infanzia, quando in Svizzera gli immigrati di guerra non voluti erano gli italiani, e l’oggi, tra le coste libiche e quelle siciliane e tutto il mare che c’è in mezzo, strada della speranza e tomba di sogni e corpi. “Non un film sulla vita, ma sulla sopravvivenza”, dice il regista. Una resa dei conti con la Svizzera? “È un paese strano il mio. Siamo il paese più ricco del mondo eppure non diamo asilo a nessuno”.

È sconvolgente venire a sapere dal film che ciascuno degli 8.372.000 di cittadini svizzeri ha diritto a un posto in un bunker anti bomba. Ed è proprio così! Ogni città, paese, villaggio, villa o comprensorio ha un contingente di posti per abitanti in un bunker antiaereo. Oggi i pochissimi rifugiati che riescono a oltrepassare di nascosto la frontiera a Chiasso, hanno un posto assegnato in un bunker. Sottoterra. In attesa dell’espulsione. No, la Svizzera non conosce la cultura dell’accoglienza. La Svizzera si difende e si chiude. Il conto che Imhoof presenta al suo paese è pesante. E anche all’Italia, dove nel meridione ai ghetti costruiti dalla mafia per gli africani schiavi non ci pensa nessuno, ma proprio nessuno, ad abbatterli e a dare un permesso di lavoro temporaneo, e una dignità, a chi ci è costretto a vivere.
37 anni fa Imhoof fu tacciato dalla stampa svizzera di essere un Nestbeschmutzer, in tedesco‚ “sporcatore di nidi”: colui il quale, insomma, non dimostra riconoscenza verso la famiglia o il proprio paese. Chissà cosa scriveranno i giornali d’oltralpe questa volta…

Simone Porrovecchio – cinematografo.it

No comments