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L’ufficiale e la spia – J’accuse

Roman Polansky


Francia 2019  (100′)

Leone d’argento – Gran premio della Giuria

 VENEZIA – Alla fine alla 76° Mostra del Cinema di Venezia, dopo giorni di discussioni e polemiche, per J’accuse di Roman Polansky è arrivato “solo” il Leone d’argento. D’altro canto la Presidente della Giuria, Lucretia Martel, aveva fatto capire da subito che si sarebbe rifiutata di consegnare un Leone d’oro all’ottantaseienne regista, per le accuse di molestie sessuali che dal passato pendono sul suo capo.


   Non è una premessa inutile per parlare del film, un’opera a cui Polansky pensava da tempo, che colpisce per la sua perfezione, ma anche per possibili assonanze con aspetti della storia personale del regista.
La vicenda è quella nota come “affare Dreyfus”, una delle pagine più nere ma anche più importanti della storia civile francese. Nel 1894 il capitano di origine ebraiche Alfred Dreyfus (Louis Garrel), riconosciuto colpevole di essere una spia al soldo della Germania, viene degradato e inviato nell’Isola del Diavolo a scontare la sua pena. Nel narrare la vicenda la mossa vincente del regista e del suo co-sceneggiatore, Robert Harris, è quella di cambiare il punto di vista, scegliendo come protagonista il colonnello Picard (Jean Dujardin), già comandante di Dreyfus, ufficiale con scarsa simpatia per gli Ebrei, ma di grande onestà intellettuale. Nominato a capo dei servizi segreti, Picard si rende subito conto dell’inconsistenza delle prove d’accusa e cerca di scoprire la vera spia. Si trova contro però le istituzioni e l’opinione pubblica, che considerano Dreyfus il colpevole ideale nel clima di un sempre più aperto antisemitismo. Picard dovrà lottare a lungo per mantenere fede a ciò in cui crede: troverà però anche il supporto di personaggi importanti, pronti come lui a rischiare molto, primo fra tutti lo scrittore Emile Zola, le cui parole d’accusa risuonano nel film scagliate come macigni.

J’accuse
è un film solidamente costruito, che convice completamente per la ricchezza dei temi, ma soprattutto perchè tutti gli elementi sono in perfetto equilibrio, a partire dall’ interpretazione, qui molto misurata, di Jean Dujardin. Il rigore stilistico è evidente fin dall’incipit: nella cerimonia della degradazione di Dreyfus ogni particolare del rito è ricostruito con estrema precisione. Ma è il trattamento dello spazio, attraverso la asciutta potenza delle inquadrature, che ci mostra un apparato dispiegato in tutta la sua forza per annullare il colpevole e metterlo alla gogna.
Polansky ha rivelato che negli anni di preparazione del film si è reso conto di come molti, anche in Francia, conoscessero solo vagamente la dinamica dei fatti. La ricostruzione storica è dunque in ogni aspetto molto attenta, in particolare nel mostrare la rete di pressioni e falsificazioni attraverso cui il potere, dopo aver schiacciato il singolo, si arrocchi a propria difesa. J’accuse risulta dunque particolarmente attuale, concentrandosi sull’importanza di ricostruire la verità dei fatti e valorizzando il ruolo della responabilità individuale.


Ciò che rende poi il film appassionante è che questa tensione morale si traduce costantemente in tensione narrativa. Polanky utilizza gli elementi della detective story e del legal thriller imprimendovi come sempre la propria impronta. Pensiamo al senso di claustrofobia e soffocamento di Picard nell’niziale rete di omissioni e bugie; o ancora all’inquadratura di profilo di Picard e Drefus, uno di fronte all’altro, con un gioco di rispecchiamento per cui il detective è destinato a diventare indagato e vittima. Ritroveremo la stessa inquadratura chiave della parte finale del film, di nuovo con un effetto di rispecchiamento: uno non ringrazia, l’altro non si aspetta di essere ringraziato. Una degna conclusione all’insegna dell’antiretorica, da parte di chi ritiene che ciascuno abbia fatto solo il proprio dovere.

Licia Miolo – MCmagazine 52

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