Blog

La douleur

Emmanuel Finkiel

Nella Francia del 1944 occupata dai nazisti, Marguerite, una giovane scrittrice di talento, vive con angoscia l’arresto e la successiva deportazione del marito Robert Antelme, figura chiave della Resistenza a Parigi. Per riuscire a ottenere maggiori Marguerite instaura una pericolosa relazione con Rabier, uno dei collaboratori locali del Governo di Vichy, e rischia la vita pur di liberare Robert, facendo imprevedibili incontri in tutta Parigi, come in una sorta di gioco al gatto e al topo. Lui vuole veramente aiutarla? Vita e inchiostro, memoria e tragedia. Un film che cerca di rendere universale e controllata una materia intima e inquieta. Magistrale l’interpretazione della Thierry, inossidabile, in sottofondo, la patina letteraria della Duras. 

 

 

 

Francia/Belgio/Svizzera – 2h 7′

 

C’è come una strana contraddizione all’origine del film che Emmanuel Finkiel ha tratto da La douleur di Marguerite Duras: la parola vi ha un peso preponderante (non solo perché all’origine c’è un’opera letteraria) eppure il film sembra sforzarsi di sminuirne l’importanza, il peso. Le parole che smuovono la mente e il cuore della protagonista Marguerite finiscono per perdere la loro specificità e diventare accordi di una inaspettata colonna sonora, capaci di fondersi con le immagini e dare forma ai pensieri e ai sentimenti che agitano. Lo dice lei stessa, quando ricorda di essersi sentita dentro «un disordine pazzesco di pensieri e di sentimenti (…) di fronte al quale la letteratura mi fa vergogna».
La scrittura della Duras è spesso attraversata da una particolare musicalità che può essere ostacolo nel darle forma visiva. Non a caso le migliori trasposizioni cinematografiche dei suoi testi sono quelle firmate da lei stessa, anche se spesso criptiche e sconcertanti. L’ostacolo si poneva a maggior ragione per La douleur, romanzo autobiografico sotto forma di diario pubblicato con l’aggiunta di tre racconti, con cui la scrittrice nel 1945 ricordava l’attesa per il ritorno a casa del marito Robert Antelme, membro attivo della Resistenza arrestato nel 1944. Ma il regista ha saputo trovare una forma straordinariamente convincente, probabilmente aiutato dall’esperienza del padre che ha aspettato per tanti anni, anche quando non c’erano più speranze, che i suoi genitori e il fratello più piccolo tornassero dalla deportazione.
Succede molto poco nel film, se si eccettuano nella prima parte gli ambigui e fuggevoli incontri con un collaborazionista (il protagonista di uno dei tre racconti, Il signor X detto qui Pierre Rabier) e il rischio principale era che il film finisse per essere soffocato dalla claustrofobia (buona parte si svolge in interni) o dall’enfasi letteraria dei dialoghi. E invece Finkiel riesce a fare il miracolo: utilizzando focali lunghe che schiacciano i personaggi e li «disumanizzano» e sfruttando il fuori-fuoco riesce a dare forma ai pensieri e alle paure della sua protagonista e insieme a rendere appassionante un racconto fatto sostanzialmente di attese.
Un merito che va diviso soprattutto con la protagonista Mélanie Thierry, capace di far leggere sul viso o nelle intonazioni della voce lo struggimento e l’angoscia che attraversano la sua mente (e per questo varrebbe la pena di vederlo in originale con i sottotitoli, soprattutto se si riesce ad apprezzare la musicalità, qui magistrale, della dizione in francese). Si finisce così per restare prigionieri di una riflessione che prende forma nei lunghi dialoghi fuori campo e che accompagnano buona parte del film, specie di materializzazione di un pensiero che si avvita su se stesso, incapace – lei che parla come noi che ascoltiamo – di distinguere quello che è vero da quello che è artificioso, quello che è sincero da quello che è recitato. E che trova un ulteriore elemento di complicazione (e di complessità) nel rapporto che instaura con Rabier (Benoît Magimel), forse sincero ammiratore della sua attività letteraria, forse solo abile spia che finge di poter aiutare il marito prigioniero per avere altre informazioni sulla Resistenza.


Il film come peraltro il testo letterario sono poi piuttosto reticenti sulla reale situazione sentimentale della Duras, già amante dell’amico Dionys (Benjamin Biolay) nonostante il matrimonio con Antelme: lo si può forse intuire dalla presenza costante dell’uomo al fianco di Marguerite, da alcuni sguardi, e dalla lucidità con cui scava nelle contraddizioni della donna («A cosa tieni di più» le chiede: «a Robert Antelme o al dolore?»). Ma è proprio questa ambiguità di fondo a fare il fascino del film, con la sua capacità di scavare dentro i comportamenti umani, ossessionati da un «dover essere» che finisce per trasformarsi in una prigione. Come quando il personaggio di Marguerite si sdoppia e il film ci fa vedere quello che lei stessa immagina di fare: ennesima variazione di una donna alle prese con un sentimento di cui non conosce la forza e il rischio.

Paolo Mereghetti – Corriere della sera 

No comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *