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La paranza dei bambini

Claudio Giovannesi


Piranhas – La paranza dei bambini
Italia/Francia 2019 – 1h 51′

 BERLINO – Graziosamente beneficiario di un incongruo Orso d’argento per la migliore sceneggiatura (della serie qualcosa bisogna dargli ma non sappiamo cosa), Piranhas – La paranza dei bambini, unica presenza italiana a Berlino, è un modesto prodotto commerciale volto a sfruttare, anche e soprattutto a livello internazionale, la moda del genere Gomorra, Suburra e similari.

   Asso nella manica, la derivazione dal romanzo omonimo e la collaborazione appunto alla sceneggiatura di Roberto Saviano, ormai visto anche all’estero (non solo da Fazio ), come un santo laico, il buono opposto a tutti gli altri (gli altri che sono i cattivi). Sbagliato il titolo, sia in inglese (i piranhas sono i pesci carnivori del Rio delle amazzoni, e basta! Non esiste nessun significato traslato) che in italiano; i membri della paranza non sono affatto bambini, bensì giovani criminali come ne esistono in tante parti del mondo. Quanto alla vicenda, ricalca scalate criminali già viste e riviste e, tra l’altro, con poca o nessuna indagine psicologica o sociale.
Conosciamo il regista Claudio Giovannesi, autore in anni recenti di piccoli gioielli quali FioreAll ha gli occhi azzurri, nei quali sì la realtà giovanile, al confine tra disadattamento, marginalità e avviamento al crimine, era trattata con grande sensibilità e compassione. Qui la si mette a capo di questa operazione e il risultato è un film freddo, costruito e spesso inverosimile. Certo, tutto è estremamente corretto e professionale: fotografia di Daniele Ciprì, recitazione impeccabile, niente da dire. E tuttavia non funziona.


I ‘bambini ‘ protagonisti, Nicola e i suoi amici sono dei 16-17enni, ragazzi qualunque fuori dalla scuola e dal lavoro che, nella loro assoluta mancanza di altri valori e abbagliati dai soliti status-symbol della subcultura giovanile (scarpe e vestiti firmati, l’ultimo modello di telefonino, il tavolo riservato nel privé della discoteca alla moda) decidono prima di mettersi al servizio dei camorristi locali (siamo nel famoso quartiere Sanità) e poi di prendere il loro posto con le armi. Seguono scontri coi boss degli altri quartieri e via, imitando mille film già visti (ma nulla che si avvicini a Scarface o Goodfellows o gli altri capolavori del genere)!
Naturalmente non mancano i tic, i linguaggi, i luoghi comuni del genere; e via coi rotoli di banconote, le case cafone, le dorature alla Casamonica, le pantere in salotto, il matrimonio coatto, le musiche neo melodiche alla Nino D’Angelo Il tutto però più simile ai film dei Manetti Brothers (ma senza l’ironia che li riscatta) o addirittura a una sceneggiata di Mario Merola che ad un onesto romanzo criminale. D’altra parte, non serve essere un criminologo di professione per cogliere l’irragionevolezza della storia. È verosimile che un gruppo di ragazzi si armi, scalzi un gruppo camorristico al potere, stringa alleanze con altri boss (tutti ultra sessantenni) senza essere eliminato quasi subito?

E per addolcire il clima altre incongruenze… La mamma di uno che non vede e non capisce, neanche quando arrivano tutti quei soldi, la fidanzatina di Nicola, of course figlia del capo di un clan rivale, che sogna un futuro in rosa anche quando cominciano a fischiare le pallottole o, ancora, il giovane nuovo boss che per prima cosa esonera dal pagamento del ’pizzo’ i commercianti della zona.
C’era stata all’inizio del film una scena bella e significativa, per altro tratta dalla autentica cronaca locale. Quella in cui i futuri membri della banda abbattono e rubano l’abete natalizio dalla galleria Umberto, salotto di Napoli, e lo trascinano in uno spazio sterrato: datogli fuoco, organizzano una specie di sabba, questo sì infernale e di grande efficacia. Faceva sperare bene. Poi più nulla…

Giovanni Martini – MCmagazine 49

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