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La vita invisibile di Eurídice Gusmão

Karim Aïnouz

Rio de Janeiro, 1950. Eurídice e Guida sono due sorelle inseparabili che vivono con i loro genitori dagli ideali conservatori. Immerse in una vita tradizionale, nutrono entrambe dei sogni: Eurídice vuole diventare una rinomata pianista, mentre Guida è in cerca del vero amore. Le loro scelte porteranno alla drastica decisione del padre di separarle. Prenderanno strade diverse senza mai perdere però la speranza di potersi ritrovare. Ainouz ben adatta allo sguardo e al cinema lo spirito letterario del racconto: l’estetica raffinata e l’intensa introspezione psicologica portano ad un crescendo emotivo che sa avvincere e commuovere.


A Vida Invisível de Eurídice Gusmão
Germania/Brasile 2019 (139′)

  A guardare l’uso dei colori nei costumi e il modo in cui Karim Ainouz fa parlare le architetture si direbbe che A vida invisivel de Euridice Gusmao sia un omaggio a Douglas Sirk. Lo è sicuramente, nella misura in cui il film si confronta in generale con il melodramma familiare, anche attraverso il filtro di Pedro Almodòvar, giocando con un tono personale più composto e malinconico.
Tratto dal romanzo omonimo di Martha Batalha, caso letterario in Brasile negli ultimi anni, racconta la vita di due sorelle affezionatissime costrette a separarsi dal bigottismo del padre quando una delle due decide di partire per amore e torna sola e incinta. La sceneggiatura del regista con Murilo Hauser e Inés Bortagaray segue le due vite, quella movimentata e turbolenta di Guida e quella, appunto invisibile, della Euridice del titolo legandole con il filo sottile dell’affetto e del rapporto delle donne con i propri diritti.
Ambientato negli Anni ’50 fino ai giorni nostri, nei quali la presidenza Bolsonaro ha riaffermato le posizioni tradizionaliste e maschiliste della cultura brasiliana, il film di Ainouz deduce la propria prospettiva politica e le proprie posizioni dal racconto, dalla gioia del gesto della narrazione – nel film esemplificata dalle lettere che Guida scrive alla sorella e che fanno da filo rosso -, dalla cura nella ricerca estetica che sottolinea il lavoro sui personaggi, due complesse figure femminili che si confrontano con il tempo più che con la storia, con la psiche e con il corpo più che con l’ideologia.
Proprio come un Almodòvar meno esplosivo e più trattenuto, Ainouz costruisce il crescendo emotivo con calma e perizia, arrivando a commuovere lo spettatore in modo naturale e nel frattempo mostrando intelligenza nell’adattare allo sguardo e al cinema lo spirito letterario del racconto. E scovando il talento e il carisma di Julia Stockler, il cui sguardo e volto promette la potenza fiera e vitalmente sensuale di una Penelope Cruz degli esordi.

Emanuele Rauco – cinematografo.it

  Euridice e Guida sono due ragazze che crescono nella stessa famiglia rigida e conservatrice. Quando Guida fugge una notte per incontrare il suo amante, Euridice acconsente di reggerle il gioco. Guida però non farà ritorno, sceglierà di sposarsi all’estero e la lontananza tra le due sorelle diventerà presto un abisso insuperabile quando il padre di entrambe deciderà di eliminare la peccatrice Guida dalla memoria della famiglia, impedendole di avere qualunque contatto con sua sorella.
Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione è il romanzo di Martha Batalha che il brasiliano Karin Aïnouz sceglie di portare sullo schermo, per due ore e venti che passano in un lampo, tante sono le emozioni che riesce a regalare. Come e meglio del nostro L’amica geniale, il tentativo di portare al cinema una storia amata dai lettori di due donne complementari, unite e inseparabili è assolutamente riuscito. Il risultato è un’operazione che va ben oltre il letterario, diventa un film godibile a se stante, apprezzabile in primis per la scelta di raccontare la sorellanza in termini di amore smodato, ispirazione quotidiana, ricerca infinita in una Rio de Janeiro mai così piena di gente e di disperazione.
Cosa accade se fai l’errore di sposare l’uomo sbagliato e tuo padre ti impedisce di tornare a casa? Guida, un’eccezionale Julia Stockler, sconta sulla sua pelle il peso di questa risposta, finendo per fare ogni giorno i conti con la miseria e un bambino da crescere da sola. Diverso il destino di Euridice, Carol Duarte in stato di grazia, perfetta in ogni singola inquadratura: lei segue, obbediente, ciò che il padre ha scelto per lei. Un marito, tanto per iniziare, incapace di trattarla con rispetto persino la prima notte di nozze, ma fedele all’ideologia fallocentrica dell’uomo padrone sposata da suo padre. Euridice non è messa mai nella condizione di poter scegliere, in tutta la sua vita. Una famiglia rispettabile, abiti decorosi, ristoranti chic e una bella casa al prezzo di una libertà personale continuamente umiliata. L’unica cosa che sogna è diventare una grande pianista, ma anche una legittima ambizione viene mal sopportata in un contesto repressivo dove la donna deve limitarsi ad essere madre e moglie obbediente e silenziosa. Ed Euridice obbedisce, sempre e comunque, ma non rinuncerà mai a cercare in ogni modo sua sorella, che intanto vive tra gli ultimi, solo per una piccola ribellione adolescenziale.
Commuove l’amore a distanza tra queste due sorelle, narrato con grazia da un autore che non sbaglia un colpo e riesce a firmare un film poderoso, dalla struttura narrativa solida, con un’introspezione psicologica e una caratterizzazione dei personaggi affascinante e potente, senza mai rinunciare all’estetica raffinata. Impossibile non cedere al fascino di questo racconto. Impossibile non restare travolti dalle capriole emotive delle protagoniste, dalle loro avventure disgraziate, da quella voglia di espressione costantemente frustrata e messa a tacere. Si parteggia per loro, si segue ogni vicissitudine familiare come fosse la propria, si condivide il pathos che l’autore distribuisce ad arte e con rara misura nel narrare decenni di vita di due donne le cui esperienze che diventano in qualche modo universali. Tutti abbiamo avuto o conosciuto un’Euridice e una Guida in famiglia, tutti abbiamo coltivato dentro noi stessi la voglia di ribellarci o adeguarci al modello familiare. Ainouz ha saputo raccontarlo attraverso i volti e i corpi magnifici e tormentati di due bravissime attrici, e non finiremo di ringraziarlo per questo.

Claudia Catalli – mymovies.it

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