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Mademoiselle

Park Chan-wook

Corea, 1930; durante la colonizzazione giapponese. Sook-hee è una giovane donna che lavora a servizio presso la casa di Hideko, una ricca giapponese che vive reclusa in un enorme palazzo, sotto il controllo del tirannico zio Kouzuki. Sook-hee, però, in combutta con un truffatore che si fa passare per un conte giapponese, ha in mente un piano che coinvolge proprio Hideko… La seduzione (reciproca!) è in agguato tra le due donne e altrettanto seducente è per lo spettatore lo stile eccentrico e ipnotico di Park Chan-wook.


Agassi
Corea del Sud 2016 (139′)
v.m. 14 anni

  Bentornato Park Chan-wook. Dopo la parentesi anglosassone di Stoker, il regista rientra in patria per riappropriarsi di alcuni degli aspetti centrali della sua riconoscibile cinematografia (sdoganata a livello internazionale grazie alla celebre “Trilogia della Vendetta”). Si ispira ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters (che già fu punto di partenza della miniserie UK Fingersmith nel 2005), ma se quello era ambientato nella Londra del 1862, il film di Park torna nella Corea degli anni ’30, durante l’occupazione giapponese.
Diviso in tre parti, Agassi (questo il titolo originale dell’opera) è incentrato su una giovane, Sookee (Kim Tae-ri), assoldata da un abile truffatore (Ha Jung-woo) affinché diventi la cameriera personale della ricca ereditiera Hideko (Kim Min-hee), che deve la sua fortuna alla sterminata collezione di libri erotici custodita in casa dallo zio, tutore della donna. La ragazza dovrà fare in modo che Hideko si convinca a sposare il suo committente. Il quale, una volta ottenuta la sua mano, dimostrerà l’incapacità di intendere e volere della moglie per farla rinchiudere in manicomio. Per impossessarsi definitivamente dei suoi beni.
Il disegno è questo. Ma come spesso Park Chan-wook ci ha dimostrato nel corso della sua filmografia, il doppio gioco è solamente il primo di altri, molteplici giochi. Affidandosi ad una messa in scena volutamente schiavizzata, maniacale, perfetta nel saper rinchiudere dentro scenografie di grande livello luci e colori anche diametralmente opposti al torbido che regola gli snodi del racconto, il regista coreano realizza un nuovo, ulteriore film sul “controllo”: chi conduce le danze finisce per essere condotto, chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato. Le prime due parti del film, in tal senso, sono straordinarie nel saper rendere la natura di questo sorprendente ribaltamento. Ma anche qui, come vedremo, il controllo finirà per essere soggiogato esso stesso. Dalla libertà, che capovolgendo a sua volta tutto quello che lo stesso Park ci ha mostrato fino a quel momento, diventa concetto in nome del quale le emozioni, l’erotismo (elemento fondamentale dell’intera opera), la struttura ultima del film prenderanno il sopravvento.
Consentendo così al regista di chiudere nel migliore dei modi la trilogia sull’esplorazione dell’amore proibito iniziata nel 2009 con Thirst e proseguita con Stoker. Mescolando thriller, eleganza formale e carica erotica come pochi altri hanno mai saputo fare. E inferendo un altro duro colpo alle ottuse logiche maschiliste di un paese che, anche attraverso tradizionali riferimenti culturali (significativamente distrutti in una delle scene madri del film), ha costruito un’immagine sottomessa e schiava della donna. Mai come stavolta, Lady Vendetta. Chapeau.

Valerio Sammarco – cinematografo.it

  …tanti intrighi si susseguiranno in una trama fittissima che esplode solo nei momenti di contatto fisico ed emotivo tra Sook-hee e Hideko: la loro relazione pian piano si fa carnale e fisica spezzando per pochi frame la sterilizzata atmosfera della big house in stile british. Materia bollente pertanto, condita da tanti umori di genere (dal mélo all’horror gotico) e tante citazioni evidenti (Hitchcock, Leone, Scorsese, Kurosawa) in una cura formale impeccabile e asfissiante.

Pietro Masciullo – sentieriselvaggi.it

…E l’impressione è che in una messa in scena opulenta e ricca di dettagli, sia solo il particolare esteriore a colpire e a catturare l’attenzione del cineasta: il rischio di un cinema-tappezzeria, vuoto involucro estetizzante, è molto più di un pericolo concreto. Park non interroga lo spettatore, né pare interessato a farlo, su nessuna delle questioni che implicitamente sfiora: né sulla guerra dei sessi costantemente in corso in una società post-confuciana, né sul simbolismo sessuale alla base dell’autoritarismo nipponico. Le contorsioni sessuali, le piovre tentacolari e allusive o l’immancabile sequenza di tortura sanguinolenta restano tutt’al più specchietti richiama-allodole o firme autografe di un regista che ha un disperato bisogno di ribadire e certificare la propria identità smarrita anni prima. Della profonda indagine di Park sugli angoli più oscuri dell’animo umano resta solo un effimero spot.

Emanuele Sacchi – mymovies.it

…A domanda precisa sulla definizione del film, il regista risponde: “È un film thriller, una storia di truffatori, un dramma con diversi colpi di scena inaspettati e, più di ogni altra cosa, una storia d’amore”. Naturalmente la definizione appare molto generosa, se non altro perché trascura di motivare tutta la non piccola parte molto esplicita di erotismo e di violenza gratuita. Ma è indubbio che risalta la grande bellezza formale dello stile e il regista dimostra una bella mano nel dipingere interni di preziosa ricercatezza formale, non disgiunta da movimenti di macchina particolari e ricercati. La ricerca di originalità è pertanto notevole, e il film, dal punto di vista pastorale, è da valutare come complesso, problematico (e da affidare a dibattiti) .

Commissione nazionale valutazione film della Conferenza Episcopale Italiana

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